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La causa uigura, il revisionismo a fini destabilizzatori e il giusto disinteresse della società reale

20-06-2025 16:00

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News,

La causa uigura, il revisionismo a fini destabilizzatori e il giusto disinteresse della società reale

Anni fa in Europa le questioni legate allo Xinjiang, alle condizioni interne degli Uiguri e delle minoranze Kazake, e più in generale del trattamento

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Anni fa in Europa le questioni legate allo Xinjiang, alle condizioni interne delle minoranze uigure e kazake, e più in generale del trattamento dei musulmani in Cina sembravano destare ben maggiori attenzioni, non soltanto nell'agone politico ma anche mediatico; oggi, invece, la tendenza pare proprio di segno opposto. L'argomento ha senza dubbio stancato molta opinione pubblica, che alla lunga vi ha visto soprattutto un narrato dalla poca consistenza e dalla tanta pretestuosità. Del resto, basterebbe già scandagliare le varie grandi testate italiane per accorgersi di come, neppur troppo stranamente, il tema abbia perso l'antico mordente, ammesso poi che davvero ne avesse mai avuto uno. Almeno in Italia, pure negli anni in cui aveva goduto di un maggiore mordente, in particolare nel biennio 2018-2020, l'attenzione dimostrata dai media italiani era sempre stata piuttosto discontinua, ai limiti dello sporadico. Qualcuno ricorderà il servizio di un noto programma d'approfondimento, apparso sulla TV pubblica nel 2020, che sollevò molte polemiche per via del “taglia e cuci” subito da alcuni intervistati teso a distorcere sensibilmente quanto intendevano affermare. L'opinione pubblica, in ogni caso, non sembrava né allora né ancor meno oggi manifestare un particolare interesse alla questione, fatto salvo per le solite nicchie più vicine ai temi “umanitari” che nel trattarla dovevano comunque suddividere i propri sforzi anche su tante altre cause; ma quelle piccole aree politicizzate non rappresentavano certo il grosso della popolazione. 

 

Esattamente come per il Falun Gong o la Chiesa di Dio Onnipotente, la “respirazione bocca a bocca” praticata da alcune ONG attive sui diritti umani, da pochi politici schierati su un fronte bipartisan o da qualche testata online “di settore”, non è sufficiente a presentarsi come il grosso dell'opinione pubblica: quest'ultima, ancor più in una congiuntura politica ed economica come quella odierna, tra guerre in Ucraina e in Medio Oriente, costo della vita sempre più alto e crescenti insicurezze sociali interne, ha giustamente ben altre priorità a cui pensare. Così la questione del presunto “genocidio culturale” nello Xinjiang e delle altrettanto presunte “repressioni” sui musulmani uiguri e kazaki, da questi vari “influencers” sempre accampate e poi puntualmente smentite da numerosi osservatori indipendenti, resta e neanche tanto a sorpresa una materia su cui certe élites si ritrovano ormai a giocare in solitario, nella remota speranza di poter davvero invertire la tendenza nel dibattito pubblico. Che non smettano di farlo è comunque più che logico, anche perché in molti casi ricevono dei discreti emolumenti ed appoggi da oltreoceano ed oltremanica. 

 

Dopotutto, contrariamente a quanto per settimane propagandato, realtà come la NED o l'USAID non sono certo state smantellate dal governo USA, che al contrario ha semplicemente preferito sospenderle per operarvi una sana ristrutturazione tesa a renderne più efficace l'azione, oltretutto con costi minori. Qualche testa è stata dunque tagliata, molte altre sono state invece mantenute, e varie linee di credito hanno preso nuove e diverse direzioni, non certo con finalità più commendevoli rispetto al passato. Mentre per quanto riguarda le varie fondazioni collegate all'intelligence UK, nessuno s'è visto ridurre il mensile e in certi casi probabilmente, proprio per compensare ad eventuali cali subiti da oltreoceano, ha magari ottenuto pure un gradito aumento. Di là da queste dinamiche, non c'è in ogni caso da dubitare che le varie ONG e fondazioni legate alla “causa uigura” abbiano passato qualche settimana di preoccupazione, tra World Uyghur Forum, World Uyghur Congress e via dicendo. Ma sarebbe pure ingenuo pensare che nei loro confronti la nuova Amministrazione USA non abbia comunque usato un occhio di riguardo.

 

Peraltro, siamo nei giorni in cui ricorrono una serie d'eventi controversi, come le dimostrazioni studentesche di Urumqi del 15 giugno 1988. L'episodio in sé non ha mai destato particolari attenzioni nella cronaca ed ancor meno nella storiografia vera e propria, che semmai ha preferito sempre vedere nei disordini del villaggio di Baren dell'aprile 1990 l'avvio di una serie di conflittualità interne alla Regione Autonoma dello Xinjiang peraltro classificate all'unanimità come azioni terroristiche. Stranamente, però, in Occidente quest'episodio ha iniziato a guadagnarsi una forte nomea a scopi chiaramente propagandistici, insieme ad altri spesso anche banalmente inventati, quando alcuni ambienti hanno ben pensato di giocare la “carta uigura” contro la Cina. Insomma, revisionismo storico a tutto vapore, e con finalità politiche analoghe a quelle adottate per la questione dello Xyzang o della Mongolia interna, o ancora di Hong Kong e di Taiwan. Lo scopo, intuibilmente, era e tuttora è quello di contribuire alla destabilizzazione di un grande paese sempre più individuato a partire dagli Anni ‘90 dagli USA come un grande e sgradito competitore futuro. Tutte queste strumentalizzazioni a fini revisionistici e propagandistici hanno quindi una loro motivazione unicamente in tale movente politico, e nella famosa “strategia del caos” di cui largamente è infarcita la dottrina geopolitica atlantica la loro ragion d’essere. Ma, cominciando dal nostro paese, chi ormai ne parla più? E' già passato qualche giorno e i vari mass media fanno ancora scena muta: di sicuro non si metteranno a parlarne ora, ad anniversario più che superato. 

 

Come tutte le finzioni e le mistificazioni, anche questi episodi rimangono così, insieme a tutto il resto della “causa uigura”, argomento per alcune nicchie, o meglio ancora élites, che evidentemente hanno la fortuna di non doversi confrontare con la vita reale come capita invece a tutti gli altri comuni cittadini. In particolar modo nel caso italiano, dove come già dicevamo la situazione poco si presta a perdersi in certe fantasticherie, tolta una sparuta minoranza d'attivisti e finti intellettuali delle ZTL. Del resto, anche il pubblico più giovanile, magari universitario, solitamente più sensibile a certe tematiche umanitarie, ora come ora se ha qualche motivazione per scendere in piazza è per ben altri e più seri argomenti, come ad esempio la guerra israeliana in Palestina ed in particolar modo a Gaza: non certo per sodalizzare per gruppi separatisti che non hanno disprezzato il ricorso al terrorismo, come quelli nello Xinjiang e in Asia Centrale, dei quali giustamente sempre ben poco per non dir per niente si sono finora occupati.

 

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