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Quel Grande Turkestan a cui ben difficilmente ad Occidente si vorrà mai rinunciare

28-06-2025 18:00

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Quel Grande Turkestan a cui ben difficilmente ad Occidente si vorrà mai rinunciare

Della faccenda relativa a come venga strumentalizzata da Occidente la “causa uigura” abbiamo più volte parlato in tutti questi anni e non abbiamo manc

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Della faccenda relativa a come venga strumentalizzata da Occidente la “causa uigura” abbiamo più volte parlato in tutti questi anni e non abbiamo mancato neppure alcuni giorni fa di farlo con un altro nostro articolo. Tuttavia, pensare che l'argomento abbia perso completamente mordente sulla società occidentale sarebbe ingenuo, anche perché andrebbe a scontrarsi con la realtà dei fatti che vede un certo progressivo inasprimento dei rapporti tra Washington e Pechino. Certo, almeno in questo particolare frangente Bruxelles, di norma più accomodante con la linea d'oltreoceano, ad esempio col varo di una serie di pacchetti sanzionatori proprio verso i prodotti importati dallo Xinjiang e le imprese che vi operano, sembra invece aver voluto optare per un approccio più colloquiale con Pechino, come dimostrato ad esempio dalla recente videoconversazione tra il commissario europeo Maros Sefcovic e il ministro del Commercio cinese Wang Wentao. Ma una serie di misure già approvate dall'Unione Europea lo scorso anno, come quella sui veicoli elettrici, hanno intanto già destato non pochi problemi e non a caso era tra gli argomenti su cui le due parte si sono confrontate. All'interno di una vasta partita egemonica, dacché così viene vissuta da Washington con l'aspettativa che i suoi alleati a loro volta vi s'adeguino, la “causa uigura” o meglio ancora la questione dello Xinjiang assume dunque un risvolto non più soltanto politico, ma anche commerciale ed economico. Insomma, è una partita sempre più strategica.

 

Questo può spiegare perché, nonostante i recenti chiarimenti tra Cina e Stati Uniti successivi ai primi e pesanti dazi dell'Amministrazione Trump, la carta uigura continui ancora ad esser tenuta assai di conto presso gli ambienti strategici di Washington e non solo. Giammai si separerebbero di un argomento tanto fruttuoso, di là dalla presa che possa avere sull'opinione pubblica in questo momento presa un po' in tutto l'Occidente da altre e più pressanti questioni. Nel nostro precedente articolo abbiamo ad esempio citato un episodio piuttosto controverso come quello del 15 giugno 1988, su cui la storiografia vera e propria trova infatti ben poco da dire; proprio per questo non meraviglia che a colmare quel logico vuoto provveda allora la propaganda revisionista, che soprattutto negli ultimi sei o sette anni ne ha fatto una delle tante “date simbolo” della “causa uigura”. Tuttavia, come dicevamo, per la storiografia vera e propria, quella “seria”, questo episodio ha ben poca valenza, e come tanti altri tra Anni ‘80 e ’90 trova semmai una sua spiegazione nei forti disordini che al tempo infiammavano l'Afghanistan e il Pakistan settentrionale, mentre oltretutto la presenza sovietica nella regione e in tutta l'Asia Centrale sempre più sfumava. Il tanto zelo con cui i vari animatori delle ONG e fondazioni uigure su libro paga CIA narrano di questo come di altri episodi ad ogni ricorrenza, dunque, così si spiega e diversamente non potrebbe essere dato che è il compito assegnatogli dagli altolocati ambienti che li promuovono e foraggiano.

 

Quei veri e propri “ferrivecchi ideologici”, dacché tali erano finché non s'insediò la prima Amministrazione Trump (2016-2020), hanno ricevuto una bella rispolverata e lucidata affinché potessero servire una al contempo vecchia e nuova causa come quella dell'indipendentismo dello Xinjiang, volto a dar vita ad un nuovo Grande Turkestan che per l'occasione inglobasse parte anche delle giovani repubbliche centroasiatiche confinanti, “orfane” della vecchia sovrastruttura sovietica. Del resto, già in epoca sovietica, dopo che erano sorti i primi dissidi tra Mosca e Pechino, l'URSS aveva dato un sostegno ad un'organizzazione come l'URFET (United Revolutionary Front of East Turkestan) e, stando almeno ad alcuni resoconti, pure ad un'altra ben più reazionaria come l'East Turkestan People's Party, maggiormente appoggiata da Occidente. Tali realtà oggi non esistono più, rimpiazzate da altre come il temibile TIP (Turkistan Islamic Party), erede diretto proprio delle lunghe e varie stagioni di guerra in Afghanistan. I lettori ricorderanno come il TIP abbia rivestito un ruolo di non poco conto nella marcia che da Idlib ha visto le varie filiazioni dell'ISIS, a cui tramite Hay'at Tahrir al-Sham (l'ex al-Nusra) si lega, giungere sino a Damasco con una rapida vittoria finale lo scorso 8 dicembre 2024. 

 

Dopo quel trionfo, non sorprende che il TIP sia tornato pure a minacciare Pechino, con nuovi e vibranti proclami. Le forze legate al fondamentalismo e al terrorismo islamico, in genere, sono tutte a più riprese molto attive dal Medio Oriente al Caucaso fino a tutta l'Asia Centrale, e pure i recenti attentati in Russia firmati dall'ISIS-K (Isis-Khorasan) col sostegno dell'intelligence ucraino ed occidentale ce lo potrebbero ricordare. Riuscire a separare lo Xinjiang dalla Cina, così da farne un “emirato del Grande Turkestan Orientale”, per quanto irrealistico sarebbe comunque un sogno per Washington e molti che l'accompagnano: svanirebbe, per esempio, la BRI (Belt and Road Initiative) o quantomeno il colpo subito risulterebbe micidiale. E pure una maggior destabilizzazione dell'area, in ogni caso, non sarebbe tanto benefica. La manovalanza dopotutto c'è e, sebbene Pechino l'abbia sempre saputa contenere con calma e pazienza, neanche mancano soldi e stuoli d'attivisti sparsi in mezzo mondo a declamare lacrimevoli false testimonianze ed invettive indipendentiste, onde intercettare militanti, politici, giornali e ONG attive sul tema dei “diritti umani”.

 

Se la ritrovata pace e vicinanza tra Cina e Russia post-sovietica (ma già nei suoi ultimi anni il governo sovietico aveva abbandonato la vecchia linea brezneviana d'ostilità a Pechino, e quest'ultima a sua volta aveva intrapreso nuove politiche di riforma interna che sempre più stavano beneficiando socio-economicamente anche lo Xinjiang e le sue minoranze, uiguri per primi) ha permesso di ricomporre certe antiche ed inutili incomprensioni, la rinnovata aggressività che intanto giunge da Occidente provvede oggi ad alimentare nuove tensioni, facendo comunque “tesoro” di molti “rottami” eredi proprio dei decenni di guerre afghane. Già il conflitto che negli Anni ‘80 in Afghanistan aveva contrapposto le truppe sovietiche ai mujaheddin e agli allora nascenti gruppi fondamentalisti, come prima tra tutte al-Qaeda, s’era tradotto in una martellante chiamata all'appello per molti giovani dal Maghreb all'Asia Centrale a calarsi nelle vesti di combattenti jihadisti. Sostenute in funzione anti-sovietica, numerose radio trasmettevano in quegli anni varcando col loro segnale i confini e raggiungendo un vasto pubblico, a tacer poi dei tanti giornali pubblicati dall'Occidente al Medio Oriente, e così via. Caduta la Repubblica Democratica Afghana nel 1992, per molti vennero meno le ragioni di restare nel paese, ma non certo le nuove cause fondamentaliste a cui votarsi. Quella dello Xinjiang, come appunto vediamo, è così diventata ben presto una di queste. Che oltreoceano si conservi l'interesse a sostenerla, dunque, appare più che logico; e che, vista la sua oggettiva impresentabilità, la si debba camuffare dietro a dei nobili intenti “umanitari”, pure.

 

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