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Un successore del Dalai Lama? Ragioni politiche, più che spirituali

04-07-2025 17:12

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Un successore del Dalai Lama? Ragioni politiche, più che spirituali

Da settimane, ormai, i media di tutto il mondo parlano della successione dell'attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso. Questi, così annunciando il venir meno di un'an

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Da settimane, ormai, i media di tutto il mondo parlano della successione dell'attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso. Questi, così annunciando il venir meno di un'antichissima tradizione, ha infatti annunciato che una volta morto non andrà a reincarnarsi in un successore da individuarsi tra i nuovi nati nello Xizang, o Tibet come spesso molti europei son soliti chiamarlo; ma in una figura che godrà della sua approvazione, nata e residente fuori dalla regione e pertanto anche dalla Cina. Sono state formulate varie ipotesi, dalla scelta da parte dell'attuale Dalai Lama di un futuro successore, sul modello degli imperatori romani “adottivi” nel II Sec. d.C., a quella di una guida eletta da parte dei tibetani all'estero e in India in particolare. 

 

I movimenti sono facilmente comprensibili: l'eventualità che il successore di Tenzin Gyatso viva nello Xizang riporterebbe la guida della scuola buddhista dei Berretti Gialli nell'area di Pechino, come già avviene con un'altra sua importante figura apicale quale il Panchen Lama. Per chi ha sinora molto investito nel fare della guida della scuola Gelug un parziale contropotere a Pechino, come gli Stati Uniti e l'Inghilterra coadiuvati dall'India, sarebbe un inaccettabile fallimento. Questa è in essenza la ragione per cui, con l'attuale Dalai Lama ormai alla soglia dei novant'anni, qualunque metodo per mantenerne in vita il Governo in Esilio a Dharamsala per i suoi storici protettori e finanziatori appaia ormai lecito. Eppure, stando alla tradizione, il numero delle reincarnazioni del Dalai Lama non dovrebbe superare le quattordici, con l'attuale che sarebbe pertanto l'ultimo; sebbene per alcuni, ad esempio nella scuola del Nuova Kadampa, quella di Tenzin Gyatso potrebbe invece essere falsa. Insomma, almeno dal punto di vista di un ferreo credente della scuola buddhista Gelug, dopo Tenzin Gyatso non dovrebbero esservi più altri Dalai Lama; ma a Dharamsala, come par di vedere di questi tempi, non la pensano esattamente così. Riconciliarsi con Pechino, con lo Xizang e con la sua popolazione, per il clero politico di Dharamsala non è ancora all'ordine del giorno e nulla vieta di pensare che, dopo la messa al bando dei seguaci di Dorje Shugden, non possa toccare lo stesso trattamento pure a quanti contesteranno l'insediamento di un nuovo Dalai Lama.

 

Nel frattempo si continua ad alimentare un revisionismo storico di marca occidentale teso a descrivere lo Xizang come da sempre indipendente e separato dalla Cina, e pertanto da quest'ultima prepotentemente occupato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Al contempo, a corollario di questa e di tante altre simili narrazioni in salsa ucronica, si narra di un genocidio fisico e culturale che avrebbe fatto piazza pulita della popolazione e del patrimonio storico, artistico e religioso dello Xizang originario. Chiunque abbia viaggiato da quelle parti saprà quanto poco affidabili siano tutte queste narrazioni, che hanno tuttavia un loro preciso scopo: legittimare politicamente l'esistenza del Governo in Esilio di Dharamsala e il tanto investimento dei suoi protettori occidentali, che del resto ancor più hanno investito pure in quelle innumerevoli montature. Grazie a quest'ultime, è stato così possibile promuovere una “causa” strategica e geopolitica occidentale spacciandola per religiosa ed umanitaria, ed oltretutto promuoverla in ogni dove, Occidente per primo. Monasteri, associazioni, gruppi di pressione politici, culturali o umanitari sono sorti in tutti questi decenni dal Nord America all'Europa, in Asia e in Sud America, ovunque: macchine di propaganda, ma anche di denaro. 

 

Eppure proprio la storia c'insegnerebbe come lo Xizang fosse legato all'Impero Cinese già più di mille anni fa, dapprima coi Sakya Pandita e poi coi Dalai Lama, che esercitavano un ruolo di vicari, o reggenti, per conto dei vari Khan od Imperatori. Lo Xizang e la Cina hanno secoli e secoli di storia condivisa, che probabilmente non interesserà a quanti preferiranno la narrazione storica ucronica alla Richard Geere, ma in ogni caso innegabile. Generazioni e generazioni di funzionari imperiali si sono formati sull'insegnamento delle varie scuole buddhiste tibetane, che integrandosi alle altre ricche culture della scuola spirituale e filosofica cinese hanno finito per comporre un unicum semplicemente inscindibile. Esattamente quanto lo Xinjiang o la Mongolia Esterna, lo Xizang è una realtà con una propria distinta e ricca identità, ma ciò non può avallare le fantasie di quanti lo vorrebbero immaginare politicamente separato e retto magari da un'autorità ostile ai governi circostanti, cinese in primis.

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