
Come visto anche dall'articolo precedente, l'attuale quattordicesimo Dalai Lama, Tenzin Gyatso, non potrebbe tanto facilmente optare per un successore, se non forzando la tradizione; ma ciò rischierebbe di smuovere un universo politico e spirituale ben più grande di lui e dei suoi tanti protettori. Dopotutto, giammai s'è sentito parlare della possibilità di una reincarnazione anzitempo, con tutto che grossi interessi politici oggi mirino a questo e ad altro. In alcuni momenti è persino circolata la voce che il suo possibile successore in pectore andasse ricercato in una sua “emanazione”, un individuo che per una sorta di “aura” od altre innate peculiarità apparisse idoneo a raccoglierne il testimone con la medesima legittimazione di questi reincarnato. Ma ben presto, forse rendendosi conto d'aver innescato un gioco di speculazioni controproducenti, proprio da Dharamsala hanno dovuto escludere pure una tale lettura.
Tradizionalmente, il nuovo Dalai Lama reincarnato andrebbe sempre stato ricercato tra i bambini nati nei giorni coincidenti alla morte del vecchio, ma talvolta le ricerche si sono protratte nel tempo richiedendo da parte dei monaci controlli assai lunghi e dal risultato non sempre immediato. Per esempio lo stesso Tenzin Gyatso venne scelto dai monaci nel 1937, a due anni d'età, ovvero quattro anni dopo la morte del predecessore, Thubten Gyatso; portato a Lhasa, al Palazzo del Potala, venne lì intronizzato come nuovo Dalai Lama nel 1940. Fin qui la tradizione; la convenienza politica, però, è un altro paio di maniche. Cambiare regole secolari non è affare da poco nemmeno per il Dalai Lama, ancor più considerando come il suo non facile ruolo (di guida non solo spirituale ma anche politica, per non dir politicizzata, a capo di una scuola buddhista come quella Gelug di cui benché massimo non è comunque unico egemone, diffusa non soltanto in India e all'estero col suo seguito ma anche nello Xizang e nelle altre regioni cinesi limitrofe, e in convivenza con altre quattro di non minore importanza come quelle Nyingma, Kagyu, Sakya e Jonang) non lo legittimi più di tanto a riforme che apparirebbero sin da subito assai contestabili. Di là dal volerle giustificare o meno per una loro inguaribile sinofobia, pure molti zelanti seguaci del dettato occidentale, tanto abbondanti tra i Free Tibet di casa nostra, intuirebbero la “ragion politica” che ne è alla base.
Già diversi anni fa, quando cominciarono a circolare le prime ipotesi sulla successione, Tenzin Gyatso intervenne dichiarandosi neanche tanto sicuro che alla sua morte sarebbe potuto davvero seguire un altro Dalai Lama. In tal modo, a Dharamsala avevano voluto mettere il cappello sul futuro, sbarrando le porte all'eventualità che sulla scelta del successore potesse intervenire Pechino. Dopotutto ricordavano fin troppo bene lo “smacco” subito col Panchen Lama, e non volevano che ciò potesse nuovamente ripetersi, persino in scala per così dire maggiorata. Se ne deduce dunque che certe “speculazioni” sulla successione del Dalai Lama mentre questi è ancora in vita, per quanto necessarie agli apparati che dall'Occidente all'India garantiscono la sopravvivenza del Governo di Dharamsala e dell'indipendentismo tibetano in funzione anti-cinese, risultino al contempo pure potenzialmente lesive degli interessi della “corte lamaista”. Così viene infatti ad aprirsi un dibattito a beneficio non più soltanto di quanti hanno trasformato il capo della scuola dei Berretti Gialli nel loro “ariete” contro Pechino, ma anche di quest'ultima o meglio ancora delle autorità religiose che a Lhasa e dintorni auspicano la ricomposizione di una scandalosa frattura avviata dai governi di Londra e Washington a partire dall'insurrezione del 1959. E' proprio a favore di quelle autorità religiose, a cui guardano oltre sette milioni di fedeli in Cina e gli ambienti dottrinari, che gioca il tempo e a Dharamsala, sempre più preoccupati, lo sanno: un motivo in più per non aprire anzitempo certi rischiosi vasi di Pandora.
Non a caso oggi il Dalai Lama, ormai giunto ai novant'anni d'età, dichiara che la tradizione resterà, e che alla sua morte il successore andrà quindi ricercato tra i nuovi nati come da secoli è stato fatto. Ma con alcune variazioni che, pur sembrando forse poco influenti agli osservatori meno acuti, risultano tuttavia tali da sovvertire profondamente le regole del gioco: l'unica istituzione con l'autorità di designare la futura guida reincarnata sarà infatti il Gaden Phodrang Trust, fondazione creata da Tenzin Gyatso a Dharamsala proprio negli anni in cui maggiormente s'iniziava a vociferare sulla successione, ovvero intorno al 2011, e poi fiscalmente domiciliata a Zurigo. Di fatto, una cassaforte che smista fior di capitali raccolti dalla NED e non solo, e che all'occorrenza non disdegna neppure mansioni per così dire più “teologiche”. Ciò non basta a tacitare comunque le tante voci che talvolta possono, come già visto, parzialmente ritorcersi contro le macchinazioni dei governanti di Dharamsala e dei loro mecenati d'oltreoceano: se verosimilmente la scelta condotta dalla Gaden Phodrang Trust consisterà in un nuovo Dalai Lama scelto in un tibetano nato fuori dalla Cina, pure in quel caso non mancheranno le polemiche e sempre più persone vi vedranno unicamente una motivazione politica. Del resto, quanti sia in Occidente che a Dharamsala seguono l'attuale Dalai Lama e la sua “causa” appaiono da sempre più vincolati ad una fede politica, quasi una militanza, che ad una vera e propria fede filosofica o spirituale. Tant'è che ben pochi di loro hanno trovato di che storcere la bocca dinanzi a certe recenti esternazioni di Tenzin Gyatso, come ad esempio che la nuova guida oltre che fuori dal Tibet, magari in Occidente, possa nascere donna; ma d'altronde queste sono proprio mosse politiche dell'anziano Dalai Lama, con cui strizzare l'occhio alle idee neoliberali e woke di molti radical chic occidentali, che per la sua “causa” costituiscono probabilmente il serbatoio di fedeli oggi più attivo e cospicuo. A costoro dopotutto non parrebbe vero ritrovarsi ad adorare un culto in salsa sempre più hollywoodiana.
Ma di là da queste fantasie ad uso e consumo soprattutto di certo pubblico occidentale più politicizzato, la scelta del nuovo Dalai Lama reincarnato dovrà seguire un percorso di riti e ricerche che avverranno soltanto dopo la morte del precedente. Nella delicatezza politica del suo ruolo, come già sottolineavamo, Tenzin Gyatso non può far altro che zigzagare su quel filo del rasoio in cui si cacciò da solo sin dal tempo in cui si prestò alla fallita insurrezione del 1959, appoggiata dall'esterno dai governi inglese ed americano. Se parla troppo, lasciando in eredità norme troppo vincolanti, rompe la tradizione e di fatto mette un detonatore alle tante fragilità della sua comunità in esilio a Dharamsala e a tutto il corollario che vi dipende ai quattro angoli della Terra, tutte entità ben più divise e frammentate al loro interno di quanto si creda; se parla troppo poco o non parla affatto, invece, lascia troppi spazi alle autorità religiose tibetane e a Pechino che ne è tutrice. Non a caso a tutte le contraddittorie considerazioni nel tempo rilasciate da Tenzin Gyatso, Pechino ha ricordato che sarà la tradizione a decidere il futuro degli equilibri spirituali e clericali nel vasto e composito mondo buddhista tibetano. Secondo la tradizione, il nuovo Dalai Lama si reincarna in un bambino nato nei giorni della morte del predecessore, e quando viene poi intronizzato dai monaci al Palazzo del Potala riceve pure il relativo riconoscimento dell'autorità centrale: un tempo i Gran Khan e gli Imperatori, in seguito le autorità della Nuova Cina, per ovvia ereditarietà e continuità politica. Lo stesso Tenzin Gyatso, dopo la Rivoluzione e la nascita della Repubblica Popolare Cinese, ottenne il riconoscimento di Pechino acquisendo, oltre al titolo religioso, anche i ruoli di Direttore del Comitato Preparatorio della Regione Autonoma dello Xizang/Tibet e di Vicepresidente del Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo: probabilmente ben pochi Free Tibet di casa nostra lo sapranno.
Come già raccontavamo nell'articolo precedente, i legami tra Cina e Xizang/Tibet sono storici, ormai millenari. Persino lo stesso titolo di Dalai Lama fu assegnato per la prima volta nella storia proprio dal Khan mongolo Altan Khan, che allora regnava su tutta la Cina, nel 1578; tale prassi venne poi regolarmente osservata anche dalle successive dinastie Ming e Qing, dove ogni Imperatore con tanto di documenti imperiali riconosceva l'autorità della guida tibetana come suo vicario locale. Solo negli anni del disfacimento dell'Impero, con la caduta dei Qing e la fondazione della Repubblica di Cina da parte di Sun Yat-sen, la regione tibetana al pari d'altre si ritrovò separata dal resto del paese, diviso tra signori della guerra e parzialmente occupato da varie potenze straniere, europei e giapponesi per primi. Approfittando del caos che era sorto nell'ex Impero, e che in buona parte nei decenni precedenti avevano provocato, gli inglesi stabilirono sul Tibet come su altre aree un proprio protettorato, non diversamente da quanto in Manciuria fecero poi i giapponesi piazzandovi l'ultimo dei Qing. Quella dolorosa pagina intercorsa tra gli Anni ‘10 e ’50 del Novecento, culmine del “Secolo delle Umiliazioni”, non è certo oggi un buon esempio a cui far appello per avvalorare certe strane ipotesi d'indipendentismo tibetano o per interferire dall'esterno, come invece soprattutto Stati Uniti e India per “ragion politica" appaiono da sempre ben interessati, sulla scelta del futuro Dalai Lama. Quest'ultima è una materia che compete ad un vasto mondo spirituale che non risiede né a Dharamsala né a Washington, ma nello Xizang: ed è a suo favore, come già dicevamo, che giocano la tradizione e il tempo.
