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Il dialogo tra Cina e Santa Sede: un'interpretazione insolita ma interessante

10-07-2025 19:12

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Il dialogo tra Cina e Santa Sede: un'interpretazione insolita ma interessante

Qualche giorno fa la testata online SettimanaNews, legata ai Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (altresì noti come Dehoniani, dal fondatore Padre Leone

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Qualche giorno fa la testata online SettimanaNews, legata all'Ordine dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (altresì noti come Dehoniani, dal fondatore Padre Leone Dehon), ha pubblicato un interessante articolo intitolato “La Chiesa attraverso gli occhi cinesi”. Pur offrendo una visione intuibilmente molto personale del rapporto tra Cina e Chiesa Cattolica, con elementi di cui si potrebbe pertanto pure lecitamente dissentire, l'articolo pare di per sé onesto e caratterizzato da una gradevole sensibilità, da un'arguzia tale da non passar inosservata. Ben di rado capita di leggere in Italia disamine tanto ricche ed insolite su un tema come quello dei rapporti tra Cina e Santa Sede, che i più tendono invece ad avversare od ignorare. Senza infatti perdersi in troppi preamboli, l'autore punta dritto al sodo, con la questione dell'accordo provvisorio firmato tra Cina e Santa Sede nel 2018 e da allora più volte rinnovato, dapprima con cadenza biennale e dallo scorso anno quadriennale. 

 

E' una delle più importanti eredità che Papa Francesco ha lasciato al successore, Leone XIV, e secondo il giudizio di certi, quali gli ambienti più conservatori od atlantisti della Chiesa, anche una delle più controverse o persino inopportune. Ma, di là dalle polemiche, è comunque certo che la salute dell'accordo rinnovato lo scorso anno e valido sino al 2028, e il suo auspicabile rinnovo futuro, costituiranno uno dei più importanti banchi di prova per il nuovo Pontefice, e dei maggiori elementi con cui presumibilmente verrà giudicato dai posteri. Dopotutto il “corteggiamento a distanza” tra Santa Sede e Pechino data a tempi ben più remoti di quel 2018 in cui il primo accordo biennale venne siglato: allora, semmai, vi fu proprio il coronamento di quel lontano e sotterraneo rapporto colloquiale, che soprattutto nei primi decenni non era stato estraneo nemmeno a certe asprezze. Qualora qualcuno, in buona fede, pensasse che il dialogo tra le due parti fosse scaturito sotto il Pontificato di Papa Francesco, rimarrebbe probabilmente sorpreso nel sapere che invece fu soprattutto negli ultimi anni di Giovanni Paolo II che ad Oltretevere l'idea d'avviare un nuovo e più fruttuoso dialogo con le autorità cinesi ebbe una sua prima e seria rivalutazione. Insomma, mandarlo oggi o un indomani alle ortiche, col fallimento di un futuro rinnovo dell'accordo transitorio, tutto sarebbe per la Chiesa di Roma fuorché un'idea sensata, e così pure per Pechino. 

 

Qui l'autore del pezzo offre una visione certo originale ma pure interessante, individuando nell'implosione del Falun Gong in Cina uno dei vari elementi che paradossalmente fornirono nuove ragioni di dialogo per Pechino e la Santa Sede. Nel 1999 in Cina il Falun Gong (dopo una serie di precedenti che già ne avevano fortemente minato l'immagine di movimento “benigno” verso le istituzioni e gli altri culti nazionali) compì un ulteriore passo, incarnato da una manifestazione come quella del 25 aprile a Zhongnanhai. Diecimila suoi adepti circondarono e tentarono d'assalire le sedi istituzionali presenti in quel grande quartiere che ne ospita una grande quantità, lanciando una minaccia diretta al governo e varcando di conseguenza il “punto di non ritorno”. Fino a quel momento il Falun Gong aveva avuto una sua popolarità, sebbene assai rialzata nelle stime millantate dalla setta; era anche fortemente collegato a vari ambienti politici esterni, che rimandavano soprattutto ad Oltreoceano, e coltivava finalità eversive e sediziose nei confronti delle autorità governative, che per giunta cercava d'infiltrare. Riconosciuto a quel punto come movimento pericoloso, il Falun Gong venne bandito mentre all'estero cercava d'ingraziarsi il favore dell'opinione pubblica recitando il ruolo di "povera religione ingiustamente perseguitata". Non solo, ma per ottenere quanto più successo possibile nella sua recita sopratutto in Occidente si mise a narrare di persecuzioni sempre più irreali e disumane; tutte inventate da sana pianta, come ben sappiamo dai tanti articoli sin qui pubblicati in questo portale, ma interessatamente avallate da molti ambienti politici e mediatici compiacenti. Quella grande manipolazione al pari di altre non facilitò di certo il rapporto tra Pechino e paesi occidentali, eppure diede una prima spinta all'idea di rivalutare un dialogo tra Cina e Santa Sede. 

 

In questo nostro articolo ci permettiamo d'intervenire nelle ricostruzioni dell'autore, integrandole pure con un nostro punto di vista che già in altre occasioni abbiamo voluto ricordare. Da una parte la Cina, dopo fatti tanto gravi come quelli di cui s'era reso ed avrebbe continuato a rendersi responsabile il Falun Gong con altre sette pericolose (pensiamo ad esempio alla Chiesa di Dio Onnipotente), tornò a guardare con comprensibile e rinnovata preoccupazione ai tanti movimenti settari presenti al suo interno; mentre dall'altra la Santa Sede cominciò a rendersi conto che il rapporto sino a quel momento stabilito con Pechino non era adeguato a fronteggiare una tale epoca di grandi cambiamenti. Abbiamo più volte raccontato di quanto molte sette, soprattutto di natura evangelica, abbiano insidiato in tutti questi anni i cattolici cinesi e le altre comunità religiose, cristiane e non; e che quella crescente preoccupazione abbia a suo modo stimolato tanto Pechino quanto la Santa Sede a ricercare un nuovo modus vivendi per curare i loro rapporti bilaterali. Il Falun Gong, con le sue azioni eversive, aveva sollevato in Cina un tema come l'infiltrazione, nelle comunità religiose riconosciute dallo Stato, di nuovi e pericolosi gruppi settari. La Chiesa di Roma, a sua volta, aveva assistito al crescere di molte sette evangeliche a danno del proprio gregge in molti paesi latinoamericani e in altre parti del mondo, addirittura con loro adepti che venivano a predicare nelle chiese cattoliche proprio come del resto avveniva anche in Cina. Già questa comune consapevolezza rappresentava per Pechino e la Santa Sede una prima e buona ragione per dialogare ed unire, in terra cinese, i propri sforzi.

 

Fino a quel momento la Santa Sede, potere guida sia della Chiesa Cattolica che del Vaticano, aveva basato il proprio modo di guardare ai rapporti con la Cina su criteri sostanzialmente erronei, che si rifacevano ad altre precedenti ed antiche dispute con le autorità secolari per la nomina dei vescovi come ad esempio la Lotta per le Investiture ai tempi del Sacro Romano Impero. Ma quel Sacro Romano Impero, che a partire dagli Ottoni aveva stabilito il suo cuore politico nella Germania medievale, era pur sempre un'entità in cui il Cattolicesimo imperava come religione di Stato, oltretutto professata da ogni suo suddito. La Cina odierna è invece uno Stato laico, in cui il Cattolicesimo appare una modesta minoranza (circa lo 0,2% della popolazione) largamente sovrastata non soltanto da altre fedi cristiane come il Protestantesimo (2,4%), ma soprattutto dai culti nazionali come la religione tradizionale cinese (il culto degli antenati, il Taoismo o altre fedi da questi influenzate) e il Buddhismo, che s'attestano intorno al 70% e al 14% rispettivamente. 

 

Non valeva neanche il paragone con l'URSS o con altri Stati socialisti europei ai tempi della Cortina di Ferro, visto che pure in quel caso la presenza cattolica appariva ben superiore o comunque tale (anche quando fortemente minoritaria rispetto al Cristianesimo ortodosso), da consentire alla Chiesa Cattolica di ravvedervi elementi con cui bene o male rifarsi a situazioni storiche più remote: si pensi ad esempio ai rapporti tra il Papa e la Francia rivoluzionaria del dopo 1789, un precedente certo indimenticabile. Insomma, qualsiasi interpretazione sino a quel momento adottata dalla Santa Sede per concepire i suoi rapporti con la Cina era stata in errore, e se c'erano dei precedenti storici a cui potersi rifare quelli andavano magari individuati nella presenza dei Gesuiti alla Corte degli Imperatori cinesi nel XVII Secolo. In quel particolare contesto storico, effettivamente, in Cina la Chiesa di Roma era riuscita a sviluppare un positivo dialogo con le autorità, e senza che ancora esistessero nella storia le nunziature: un buon esempio su cui reimpostare il proprio modo di guardare ai rapporti con Pechino.

 

Qui acutamente l'autore dell'articolo nota che sulla scorta di un simile precedente si poteva trovare “spazio per un vero compromesso e per una storica apertura della Chiesa in Cina. Il Papa aveva autorità religiosa, ma non civile, sui vescovi; Pechino aveva autorità civile, ma non religiosa, sugli stessi vescovi. Questa era una struttura che la Chiesa aveva già affrontato durante i secoli, dai conflitti con il Sacro Romano Impero, ma la Cina non aveva precedenti di questo tipo”. Come abbiamo premesso fin dal principio di quest'ormai lungo articolo, l'opinione dell'autore e molti elementi che inserisce non trovano proprio una nostra piena condivisione, ma nell'insieme fornisce un'interpretazione delle cose più che onesta, inconsueta ma non certo impertinente. Inoltre, offre ai lettori anche delle informazioni certamente preziose, nient'affatto scontate presso gran parte della nostra stampa: ad esempio che già dal 2007, con Papa Benedetto XVI che guarda caso aveva sensibilmente influenzato la diplomazia vaticana negli ultimi anni di Giovanni Paolo II, vi fu una “svolta importante. Fu pubblicata una lettera di Papa Benedetto XVI ai cattolici cinesi, in cui si sottolineava un principio fondamentale: i cattolici cinesi dovevano essere buoni cittadini della Cina. Dovevano smettere di essere presunti quinte colonne di forze straniere che volevano rovinate il governo di Pechino. Al contrario, dovevano essere cittadini onesti e diligenti della Repubblica Popolare, come tutti i cattolici devono essere cittadini buoni del loro paese”. 

 

Il dialogo che ne scaturì portò, nelle ricostruzioni dell'autore, all'elezione congiunta di un primo vescovo, già nel 2012, ma purtroppo con risultati che subito compromisero l'attendibilità del dialogo portato avanti da Oltretevere. Fallito l'approccio di Benedetto XVI, fu allora il turno di Papa Francesco che scelse come proprio Segretario di Stato Pietro Parolin; questi già negli Anni ‘90 come Sottosegretario aveva dimostrato buone doti di sensibilità e competenza nel rapportarsi con Pechino. Nonostante i distinguo che ancora increspavano le relazioni tra le due parti, a giudizio dell’autore del pezzo legate alla difficoltà nel far coincidere l'autorità religiosa della Chiesa di Roma con quella dell'Associazione Patriottica che dagli Anni '50 riunisce i cattolici cinesi, il dialogo da allora s'è sviluppato in crescendo, fino a culminare nel primo accordo biennale del 2018. Come abbiamo già detto è una visione dei fatti, quella dell'autore del pezzo apparso su SettimanaNews, giustamente personale, propria di un ambiente religioso teologicamente molto colto come quello di cui è espressione; eppure laicamente parlando l'apprezziamo, trovandola onesta e rispettabile, di gradito spunto per molte ed altre opportune riflessioni.

 

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