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Xizang-Tibet, certe vecchie storie davvero non passano mai di moda

26-07-2025 16:47

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Xizang-Tibet, certe vecchie storie davvero non passano mai di moda

Qualche settimana fa la stampa internazionale ha riecheggiato la notizia, data in modo piuttosto allarmante, dell'inaugurazione lo scorso 19 luglio di

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Negli ultimi giorni la stampa internazionale ha riecheggiato la notizia, data in modo piuttosto allarmante, dell'inaugurazione lo scorso 19 luglio di una delle più grandi dighe al mondo nella regione autonoma cinese dello Xizang, in Occidente più solitamente nota come Tibet. Già in precedenza, a dire il vero, s'erano notati vari articoli piuttosto allarmistici sull'impatto che una simile infrastruttura potrebbe comportare per l'ambiente locale e il regime delle acque tra Cina e India. Il passare dei giorni tende a confermare la posta geopolitica in gioco tra vari importanti attori internazionali, non soltanto regionali come la Cina e l'India, ma anche extraregionali, come in primo luogo gli Stati Uniti e i paesi europei, interessati a sposare come già visto in altre occasioni le ragioni della seconda. Qua entrano in gioco numerosi fattori politici e culturali propri del modo occidentale di guardare alla Cina, basati su una serie di stereotipi come quello di maggiore “inquinatrice al mondo” o di “più grande violatrice dei diritti umani”, con un particolare riferimento in questo caso proprio alla storica ”questione tibetana", che a quanto pare davvero non passa mai di moda. 

 

Non è un mistero che molte persone in Occidente siano solite immaginarsi il Tibet addirittura come una regione illegalmente occupata da Pechino e sottoposta a crimini e devastazioni delle più feroci, più o meno alla stregua di quanto ad oggi effettivamente compiuto da altri paesi in territori non loro, spesso neppure troppo lontano da casa nostra. Così a vasti settori dell'opinione pubblica occidentale, tanto circuiti o disinformati da una certa propaganda ormai plurigenerazionale, non appare tanto difficile far credere qualsiasi cosa sul conto della Cina, purché si tratti sempre di narrazioni delle più cupe o catastrofiche. E' quindi su una tale “cultura di base”, estremamente infarcita di una certa politica hollywoodiana, che finiscono per fioccare molti degli articoli apparsi negli ultimi giorni, come dicevamo dal tenore talvolta a dir poco allarmistico. In altri casi invece se ne sono letti altri di più analitici, incentrati sugli aspetti geopolitici della nuova grande diga, e caratterizzati da una natura più tecnica; ma anche in quel caso non ne sono mancati di tendenti all'inquietante, volti a tracciare scenari rispondenti alle aspettative di un certo pubblico più “schierato". Chiunque abbia voglia di togliersi la curiosità, non avrà che da cercare su un motore di ricerca le varie notizie apparse sulla diga sullo Yarlung Tsangpo.

 

Tornando comunque all'aspetto più tecnico e geopolitico, con un investimento per la realizzazione pari a 167.8 miliardi di dollari, la diga è concepita per sviluppare energia idroelettrica per oltre circa 300 miliardi di kWh annui, favorendo così lo sviluppo locale. Come peraltro riconosciuto anche da molti di quegli stessi articoli dai toni o dalle tendenze alquanto denigratorie, non comporterà danni ambientali, ed ancor meno danni agli interessi dei paesi a valle, l'India e il Bangladesh. Lo Yarlung Tsangpo, scendendo poi lungo il versante orientale dell'Hymalaia col nome di Brahmaputra, certo più noto a molti occidentali, a quel punto va infatti a bagnare le due nazioni. Ciò che Nuova Delhi maggiormente teme è che la nuova infrastruttura aumenti il peso negoziale di Pechino nei suoi rapporti, mai davvero del tutto sanati, sui confini himalayani, la cui odierna demarcazione soprattutto ai settori indù più nazionalisti oggi al governo non è mai davvero piaciuta fino in fondo. 

 

Qualora le preoccupazioni indiane, condivise anche dagli alleati occidentali di Nuova Delhi, dovessero risultare azzeccate, indubbiamente per l'attuale governo Modi non sarebbe più tanto facile mantenere alto il livello dello scontro con Pechino su tali vecchie questioni frontaliere e territoriali. Beninteso, gli alleati occidentali, legati all'India da una serie di comuni interessi come ad esempio l'IMEC che altro non sarebbe se non un ipotetico concorrente della Belt and Road Initiative, ufficialmente non si bruciano la reputazione lanciando appelli prossimi all'isteria: la posizione ufficiale della comunità internazionale, infatti, è di cauta attesa, improntata all'osservazione e al sostegno dell'importanza del dialogo tra le parti. Ma dietro le quinte, intanto, le inquietudini serpeggiano eccome.

 

Del resto, anche quella dei confini hymalaiani è un'altra vecchia storia che Nuova Delhi si porta dietro fin dai tempi dell'Indipendenza, coi governi dell'allora Partito del Congresso della dinastia Gandhi-Nehru, a quel tempo con rivendicazioni territoriali sostenute anche dall'URSS, nel frattempo entrata in collisione con Pechino, che andavano addirittura a coincidere con gli antichi confini dell'Impero Maurya, estesi ben oltre l'odierno Xizang-Tibet. In India la retorica dei confini ha sempre avuto una certa presenza nel dibattito politico, rappresentando una buona arma per il consenso, e tutti i governi sin qui succedutisi non hanno potuto non farne menzione; ma, come già si vide con gli scontri guerreggiati del passato, e così pure con quelli tra India e Pakistan lungo la frontiera orientale, sono anche una delle tante eredità avvelenate del colonialismo, che volutamente volle lasciar dietro di sé delle suddivisioni minate e delle frustrazioni nazionali su cui poi poter di volta tornare ad intervenire a proprio vantaggio. 

 

Solo superare questa logica permetterà ai vari paesi dell'area, India per prima, di non lasciarsi strumentalizzare da alleati lontani; che, facendo gioco su queste sue storiche insoddisfazioni nazionali, la utilizzano alla bisogna in funzione anticinese. Le tante retoriche “indo-occidentali” apparse in questi giorni sulla diga sullo Yarlung Tsangpo ne sono piena prova quanto del resto lo è il Governo Tibetano in Esilio di Dharamsala, intorno al quale anche recentemente s'è aperto un nuovo valzer per la futura successione del Dalai Lama, argomento già diffusamente discusso al principio di luglio. Anche quel governo, esiliato in India, e quel suo “governante”, a loro volta un'altra vecchia storia che ugualmente “non passa davvero mai di moda”.

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