
Tra le tante narrazioni diffuse sullo Xizang-Tibet da molti media occidentali (e da altri ancora che, pur non occidentali, all'Occidente sono comunque assai legati, spesso per ragioni politiche e non soltanto editoriali), quella della distruzione dei siti religiosi tradizionali della cultura tibetana è forse una delle più fortunate. Raramente si troverà mai un militante, attivista o simpatizzante del Governo Tibetano in Esilio di Dharamsala che non sia disposto a parlarne, magari in occasione di qualche conferenza od altro evento volti ad atterrire un pubblico come quello nostrano, notoriamente piuttosto impreparato sull'argomento e quindi anche psicologicamente facile da manipolare. Lo stesso dicasi, naturalmente, anche per tutto il relativo corollario di ONG e movimenti sui diritti umani più o meno “sensibili” alla causa, con intense attività lobbistiche e pubblicistiche.
Ora, quella dei santuari, monasteri e stupa distrutti o profanati dalle autorità centrali di Pechino e dalle autorità locali che ne sono espressione è, per tutti questi “gruppi di pressione”, uno dei più redditizi cavalli di battaglia sul fronte politico e comunicativo. D'anno in anno se ne parla, in aggiunta ai tanti siti andati distrutti, secondo questa narrazione, quantomeno sin dal 1950, a tacer poi degli anni della Rivoluzione Culturale. Ora, è sì vero che durante la Rivoluzione Culturale vari siti storici, culturali e religiosi subirono dei danneggiamenti da parte delle Guardie Rosse, ma ciò non avvenne unicamente nello Xizang-Tibet, bensì in tutto il non certo esiguo territorio della Repubblica Popolare; ed è ancor più vero che gli eccessi compiuti in quel periodo storico furono poi riconosciuti e riparati, con energici interventi di restauro e riqualificazione. Difficilmente vedremo comunicati sul Xizang-Tibet, diffusi da tutte questi "gruppi di pressione" politici, umanitari e mediatici, che ammettano quei cambiamenti in positivo, registratisi in tutto il Paese sin dagli Anni ‘70: ma a fugare ogni dubbio basterebbe già soltanto interpellare l'apposita pagina dell'UNESCO, anziché affidarsi proprio a quella tanto discutibile “narrazione”.
D'altronde, un osservatore più critico o scrupoloso potrebbe pure far notare come anche nel nostro “dorato” Occidente l'attenzione verso i siti storici, culturali e religiosi non sia sempre stata delle più inflessibili, con gravi e flagranti violazioni della loro integrità. In Italia non si contano, per esempio, i siti andati distrutti, danneggiati o saccheggiati, quando in parte e quando del tutto, da privati e persino dalle istituzioni pubbliche per questioni ben lontane dall'apparir difendibili. Sono state cementate vaste aree naturali ed archeologiche, in luoghi incontaminati e ricchi di storia, magari per costruire una grande discoteca sulla spiaggia, un centro commerciale o un complesso residenziale, spesso in un'opaca commistione tra mafie ed istituzioni corrotte o disattente. Anche in altri Paesi non è andata diversamente e i casi che si potrebbero citare sono infatti dei più vari, senza oltretutto dimenticare nemmeno certe davvero imperdonabili “libertà” pure in terra altrui: ad esempio, visto che di questi tempi è tanto d'attualità il Medio Oriente, potremmo rinfrescarci un po' la memoria pensando ai veri danni (tutt'altro che mediaticamente inventati o millantati a fini di strumentalizzazione politica, per delegittimare governi “malvisti” da certi settori politici occidentali, come invece qua si tende a fare contro Pechino e non solo) compiuti tra Gaza, l'Afghanistan, lo Yemen, la Siria e l'Iraq. Tutti danni che recano le firme dell'Occidente e dei suoi alleati locali.
Insomma, vien proprio da pensare che certe fake news abbiano un loro perché proprio nella contemporanea necessità, propria di molti settori politici ed economici occidentali e filo-occidentali, di nascondere invece le loro reali “malefatte” in tema culturale ed ambientale. Un vecchio politico italiano, forse non il più ben ricordato nella nostra storia patria, ma indubbiamente di grande e riconosciuta scaltrezza, era solito dire che “a pensar male si commette peccato, ma spesso s'indovina”. Inutile aggiungere che tutte queste fake news trovino terreno fertile in un pubblico occidentale a cui, nel corso delle generazioni, è stato insegnato a detestare o quantomeno guardar con diffidenza alla Cina, immaginandola alla stregua di un immenso e barbarico nemico assiso ad Oriente e bramoso di distruggere la “pacifica” ed “evoluta” civiltà dell'Occidente.
Del resto, basterebbe già soltanto effettuare una breve indagine sui vari motori di ricerca per accorgersi di come tutte queste fake news dedicate a templi e stupa tibetani distrutti dalle autorità cinesi provengano guarda caso dai portali internet della Central Tibetan Administration, vale a dire proprio il famoso Governo Tibetano in Esilio di Dharamsala, e da altri che gli sono vicini o correlati, oltre ancora a vari media locali ed internazionali soprattutto asiatici e d'indirizzo filo-occidentale che per ragion politica li rilanciano a loro volta. Tutti, come già più volte ricordato, sorretti a cominciar dalle autorità di Dharamsala dal denaro indiano e soprattutto occidentale, ed ancor più precisamente inglese ed americano.