
Lo scorso 13 luglio vi avevamo raccontato del modesto appuntamento di un pugno di seguaci della Falun Dafa, insieme a pochi politici di rinterzo, ai Giardini Grazioli a Roma: vale a dire, a poche decine di metri dall'Ambasciata Cinese, in un punto che diviene quasi “campo neutro” tanto che, se non fosse per i manifesti appesi alle cancellate dei suddetti giardini, un passante penserebbe ad un evento del tutto scollegato al mondo cinese, magari una raccolta di firme a danno dei poveri passanti e fruitori di quello spazio di verde pubblico. Dovevano celebrare una per loro “storica” ricorrenza, quella del 20 luglio, allorché come più volte raccontammo il governo cinese iniziò a prendere dei dovuti e sempre più stringenti provvedimenti contro la setta. Il caldo e la ripetitività dell'evento ne spiegano l'infruttuoso esito, come d'altra parte anche la sostanziale disattenzione del mondo mediatico: se non fosse per la presenza di alcuni politici, di cui già vi avevamo accennato, in perenne ricerca di visibilità e a cui certamente qualche penna giornalistica ama far la corte sperando in relativi vantaggi, nemmeno avremmo potuto averne notizia in uno o due blog di eventi cittadini, vale a dire in pubblicazioni online solitamente dedite a tutt'altre cose.
Il meccanismo è piuttosto noto. Il politico “emergente”, o ritenuto tale, in perenne ricerca di occasioni per darsi una maggiore visibilità ed infondere presso i suoi elettori una sensazione di gradita e zelante presenza sul territorio, partecipa con svizzera puntualità a questo o a quell'evento, non potendo oltretutto deluderne gli “organizzatori”, ormai divenuti suoi amici e che pertanto da lui quel gesto s'aspettano. Ci rimarrebbero male se non partecipasse fisicamente o si limitasse ad un modesto attestato di solidarietà nella forma, magari, di una scarna email, o peggio ancora un messaggio su WhatsApp: ancor più considerando che abita a Roma e non certo a Trento o a Canicattì. Quindi, volente o nolente, deve andare al loro evento per farli contenti; del resto, come già abbiamo detto, è pur sempre in cerca di visibilità, e pertanto non sarebbe molto saggio o conveniente da parte sua perdersi quella pur piccola occasione. In fondo, per darle un'apparenza assai più rilevante, almeno all'occhio degli elettori, non serviranno particolari malizie: basterà corredare le varie foto con una giusta dose di solenne retorica, e a quel punto una pur cauta viralità a livello social non mancherà. Ogni tanto un predicozzo anticinese, tra gli elettori di centrodestra, piace sentirlo, e non diversamente si potrebbe dire anche per quello di centrosinistra: in fondo la cultura politica e i valori di base, di stampo neoliberale, sono pressoché i medesimi. Dopodiché sarà il turno di qualche penna giornalistica o aspirante tale, che farà un suo pezzo sull'importantissimo gesto simbolico di quel particolare politico, a seconda del caso per l'amicizia nei suoi confronti o per cercarsene la benevolenza.
Insomma, tanto fumo e poco arrosto, diranno i nostri lettori. E non parliamo poi dei comunicati rilasciati da altri politici italiani gerarchicamente più “altolocati”, puntualmente rilasciati ogni anno per le varie ricorrenze della setta, talvolta piuttosto scarni e “tirati via”, altre volte invece più lunghi ed elaborati, ma comunque tanto simili a quelli degli anni precedenti da parer puntualmente ricomposti a suon di “copia e incolla” e correzioni. Quando parliamo di figure dell'ambito parlamentare, o comunque di pari livello, simili lettere non sono neppure farina del loro sacco, ma bensì di qualche loro addetto alla comunicazione: non hanno tempo da perdere con quei pochi seguaci che vanno ad allinearsi alla cancellata di un giardino pubblico, manco li onorano della loro presenza avendo ben altro da fare. C'è l'addetto stampa che stila una letterina su ordinazione, sperando che il grande o medio politico in questione abbia poi cura e tempo di leggerla prima dell'invio. La politica e la comunicazione, a certi livelli, funzionano così: non c'è “artigianalità”, se così la vogliamo chiamare. Resta comunque il fatto che nessun giornale si sia degnato, tolti ovviamente i media della setta che nella nostra disamina non fanno testo, di riportare la notizia di quei comunicati: nulla d'insolito, avveniva anche negli anni passati. E' molto più di una tradizione, e non trova giustificazioni nella pausa estiva o nelle disattenzioni che può provocare.
Ora, se questa è l'attenzione destata dai politici, che tutto fanno per aver una visibilità avendo anche i mezzi per potersela guadagnare, figuriamoci quanta potrà averne ricevuta la setta in sé, nei suoi altri piccoli presidi tra nord e centro Italia, dal 19 al 26 luglio. Avevamo già raccontato di quello che era l'evento più simbolico ed “istituzionale” per la setta, ai Giardini Grazioli, ricordando anche in questa sede il suo consueto e scarso riscontro nel pubblico. A Roma hanno provato a farsi rivedere il 26 luglio, a Largo di Torre Argentina, dunque sempre in zona molto centrale, senza tuttavia destare grande interesse nei passanti: vuoi per l'ora calda, vuoi perché era sabato e nel fine settimana i più hanno ben altro per la testa. Fatto sta che il loro piccolo ritrovo, al pari degli altri, ha avuto valore unicamente per i media della setta, cominciando dal portale Minghui. Inutile dire che il loro numero fosse sotto il concetto di “sparuto”, quattro o cinque persone. In contemporanea, a Treviso, un gruppo ancor più sparuto, di soli tre seguaci, aveva messo su un altro banchetto, intuibilmente non con migliori fortune. La settimana precedente, il 19, s'era invece “esibito” a Padova, sempre nelle stesse modiche quantità e col consueto repertorio: inutile dire che la risposta del pubblico sia mancata. E così pure possiamo dire per quello a Torino, sempre in quel 19 luglio, dove erano cinque ma i passanti non hanno dato segno di particolari curiosità.
Col Falun Gong Torino, come Roma, preferisce farsi “perdonare” con l'attenzione politica: invero modesta, espressione di una ONG focalizzata sui diritti umani e che raccoglie alcune figure della politica locale, prevalentemente regionale. Ma, per costoro, ha l'apparenza soprattutto di un “vezzo”, con cui maggiormente infiocchettare la propria immagine politica presso un pubblico più sensibile alle posizioni atlantiste e neoliberali: dopo più di tre anni in Ucraina e due tra Palestina e Medio Oriente, tra gli italiani chi davvero crede ancora a certi valori? E' proprio il fatto che certe posizioni politiche si siano ormai sempre più disonorate e smascherate presso i comuni cittadini, a renderle meno seguite ed accettate, ovvero credibili e credute. Forse, un cambio di linguaggio politico e valoriale non sarebbe per costoro tanto sconsigliabile. Ma ci rendiamo conto che sarebbe come parlare a un muro.