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L'IPAC e la politica del padrone

12-08-2025 16:00

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L'IPAC e la politica del padrone

Tornando a parlare del Falun Gong e del suo anniversario del 20 luglio, se finora avevamo parlato dei non molto brillanti risultati raggiunti in Itali

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Tornando a parlare del Falun Gong e del suo anniversario del 20 luglio, se finora avevamo parlato dei non molto brillanti risultati raggiunti in Italia, stavolta ai lettori offriremo invece un'inquadratura più internazionale, anzi, “transnazionale”. Usiamo questo aggettivo perché stavolta proprio di un'organizzazione transnazionale e persino transpartitica (un termine che, curiosamente, più volte è capitato di ascoltare in certo dibattito politico ed elettorale italiano: ai più attenti tale dettaglio non sarà certo sfuggito) si tratta. L'IPAC, ovvero l'Alleanza Interparlamentare sulla Cina, appare né più e né meno come una mera seppur ben vestita cassa di risonanza per un certo repertorio del Washington consensus. Dalla sua fondazione nel 2020, con  fedele puntualità ha sempre fatto pervenire un suo comunicato per il 20 luglio del Falun Gong, nel suo canale ufficiale su X. Non serve la mente di chissà quale grande conoscitore in materia di esteri o meglio ancora geopolitica (fatta ovviamente eccezione per quanti si dichiarino tali pur risultando ben lontani dall'esserlo) per rendersi conto che ci troviamo dinanzi alla solita “fuffa”. Del resto, di associazioni ed ONG del genere è ormai pieno il mondo, aspetto anche questo non sorprendente quanto del resto non lo è neppure quello che ripetano tutte le medesime cose. Non per nulla, ma il padrone (pagante) è lo stesso per tutte, e se esistono è soltanto per fare la sua politica.

 

Nella succitata “fuffa” del monotone e curioso comunicato dell'IPAC, alberga di tutto: “sorveglianza, detenzione, tortura e persecuzione ideologica” a danno dei seguaci del Falun Gong, per giunta vittime, secondo “una mole crescente di prove”(nientemeno, crescente!) di “un programma statale di prelievo forzato di organi”. Ora, già qua una persona dotata di media cultura politica (qualcosa di ben diverso, dunque, dal classico tifoso di partito da social) si metterebbe a ridere avendo capito di trovarsi dinanzi ad un immenso cumulo di scemenze. Quest'ultime, buone per il culturame QAnon e poco più, sono tuttavia frutto di comunicatori politici dalla penna abile e ben remunerata, a cui non difetta una buona conoscenza della psicologia delle menti più semplici: non sono dunque farina del sacco di quei poveri “meschini” che, trovandole in post o video circolanti per i social, subito le prenderanno per buone. L'IPAC, come DAFOH di cui in questo caso ha ripreso parte del vecchio repertorio (l'espianto forzato di organi, ecc), e che non a caso riunisce “medici del Falun Gong” (credibilissimi: come chiedere all'oste se il vino è buono), non è formata di quei “meschini”: quest'ultimi semmai sono le loro vittime. Si noti, però, che tra i “meschini” spesso possiamo inserire anche persone dotate di una buona cultura generale, ma magari poco aggiornate: quanto basti a renderle influenzabili a quel tipo di manipolazione psicologico-comunicativa.  Non a caso, a formare l'IPAC non troviamo persone dall'immagine tanto discutibile: non ci sono i “medici del Falun Gong” che militano in DAFOH, comunque sempre ricevuti ed ascoltati con grande attenzione nei parlamenti di tutta Europa. Ci sono proprio molti di quei parlamentari, e non solo europei, ma anche asiatici, africani, nordamericani e sudamericani. 

 

L'IPAC è infatti un'organizzazione, come dicevamo, non soltanto transnazionale, ma anche transpartitica. Ci sono rappresentanti parlamentari di forze politiche appartenenti a schieramenti bipartisan, a riprova che in quella parte di mondo a regia americana si può essere di qualunque fazione si vuole, destra, centro o sinistra, purché si faccia poi una politica americana. Un po' come diceva, parafrasandolo, un certo Henry Ford: “I miei clienti possono acquistare la loro Ford T di qualunque colore, purché sia il nero” (visto che solo quello c'era a listino). L'obiettivo dell'organizzazione, come espresso anche dal suo ricco portale web, è di concentrarsi sulle sfide poste dalla Cina e dal PCC, promuovendo valori “democratici”, “diritti umani” e un “ordine internazionale basato su regole”: il famoso frasario della politica americana e degli europei filoamericani. Insomma, un'organizzazione atlantista, ma ben remunerata, in primo luogo dalla National Endowment for Democracy (NED, praticamente l'agenzia CIA che sponsorizza tutte queste stramberie, una sorta di Publitalia dell'intelligence USA), la Open Society Foundations (galassia di fondazioni guidate dal magnate George Soros, attiva nel medesimo campo, con donazioni per 80mila dollari nel 2022 e ben 230mila nel 2023) e la Taiwan Foundation for Democracy, altro ente civetta attraverso cui transitano parecchi capitali sempre di provenienza americana e non solo. 

 

Non sorprende che con tutto questo sostegno l'IPAC dal 2020 ad oggi non abbia fatto altro che crescere nei numeri, offrendo magari un senso in più all'esistenza di molti politici che altrimenti sarebbero restati troppo inoperosi: infatti, oltre agli eletti, ci sono pure i “silurati”, quelli che ad un certo punto si sono visti sfuggire la poltrona. Al 2025 vanta circa 300 membri di ben 43 tra parlamenti e legislature da Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Lituania, Norvegia, Svezia, Svizzera, Slovacchia, Spagna, Giappone, Taiwan (dal 2024), Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Uganda, Malawi, Gambia, Colombia, Uruguay, Isole Salomone, ecc. Va da sé che ve ne siano anche molti altri, ma ci limitiamo a fornire questi: tanto il lettore avrà già ampiamente capito. La loro appartenenza è trasversale per quasi tutti i paesi rappresentati: ad esempio per gli Stati Uniti troviamo Marco Rubio per il Partito Repubblico e Bob Mendez per quello Democratico, nel Regno Unito Ian Duncan saint per i Conservatori e Afzal Khan per i Laburisti, e così via fino a giungere ai nostri, eletti in Forza Italia, Fratelli d'Italia, Lega, Italia Viva, Partito Democratico: se non l'intero arco costituzionale, poco ci manca. 

 

Tanto investimento finanziario (benché l'organizzazione assicuri, sempre dal suo portale, la massima trasparenza) e politico nel tempo ha dato i suoi frutti: dal 2020, quando i suoi rappresentanti erano di soli otto paesi, ha prodotto ben 246 proposte di leggi oltre ad aver portato a casa la modifica di 13 diverse leggi in vari parlamenti. Il focus, chiaramente, resta sempre e solo la Cina, contro cui la sua azione è sostanzialmente paragonabile a quella di una lobby: chiaramente, usando la consueta narrativa (e più volte smantellata in sede internazionale, ma ai membri dell'organizzazione poco importa: anzi, proprio perché ciò è avvenuto, devono a maggior ragione ribadirla, così da sovrastare mediaticamente quelle smentite) basata sulle persecuzioni agli uiguri, le fake news della causa lamaista tibetana, o ancora la pubblicità a favor d'indipendentismo taiwanese. Presentando la Cina come una “minaccia” sistemica ai valori della democrazia, dei diritti umani e della sovranità nazionale, operano di fatto una propaganda politica di stampo denigratorio e diffamatorio, spingendo il più possibile affinché sia adottata dai vari parlamenti con appositi dispositivi di legge. Insomma, il classico boicottaggio dei rapporti internazionale attraverso una certa mistificazione comunicativa, cosa di cui già in tanti altri casi del passato abbiamo parlato. Del resto, di là da tutte le rassicurazioni sulla trasparenza o l'imparzialità dai voleri dei donatori, quella è in sintesi la politica del padrone, e quella il padrone vuole. I latini avrebbero detto: Nihil sub sole novum.

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