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Tra Mosca e Kiev, lo scisma nell'Ortodossia non è solo una questione teologica

07-09-2025 17:52

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Tra Mosca e Kiev, lo scisma nell'Ortodossia non è solo una questione teologica

Nel conflitto in Ucraina, Mosca e Kiev combattono per difendere la loro esistenza di nazioni: così dichiarò in pubblico Vladimir Putin a poca distanza

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Nel conflitto in Ucraina, Mosca e Kiev combattono per difendere la loro esistenza di nazioni: così dichiarò in pubblico Vladimir Putin a poca distanza dall'apertura delle ostilità, dinanzi alla reazione dei paesi dell'area atlantica, e così si trova più tacitamente a riconoscere anche Volodymyr Zelensky, soprattutto dinanzi ai risultati di quanto scaturito da quel 24 febbraio 2022. Se e quando ci saranno accordi di pace, l'Ucraina si ritroverà con molti meno territori di prima e con decine di migliaia di vite perdute sul campo, forse addirittura centinaia di migliaia: le stime sono piuttosto controverse, perché sensibili a certe comprensibili strumentalizzazioni politiche, ma in ogni caso mai troppo positive. Indipendentemente dall'esito degli accordi, il dopoguerra per l'Ucraina si presenterà dunque come una stagione rigida e duratura: serviranno anni e miliardi per la ricostruzione, senza poter oltretutto contare sulle vite e le generazioni migliori, bruciate al fronte. Se la Russia è riuscita a salvaguardare la sua sopravvivenza di nazione dagli intenti bellicosi dei paesi dell'area atlantica, dove non mancava chi prospettava di disgregarla in più staterelli facili da controllare a vittoria ottenuta, non così si può oggi dire per l'Ucraina, il cui destino appare in ogni caso davvero segnato. In ultima analisi, ed è la considerazione che a molti risulterà più paradossale pur apparendo non da oggi fin troppo chiara, tale risultato l'Ucraina lo dovrà soprattutto ai suoi alleati dell'area atlantica, che hanno voluto usarla come ariete in funzione antirussa senza curarsi del suo futuro, contando a Kiev su una leadership dipendente e compiacente.

 

Tuttavia l'esistenza di una nazione non si misura unicamente nei suoi territori, ma anche nella sua identità politica e religiosa. La messa al bando un anno fa della Chiesa Ortodossa ancora fedele al Patriarcato di Mosca, e la satellizzazione di quella fedele al Patriarcato di Kiev, ridotta a vera e propria agenzia di propaganda governativa a sostegno del conflitto, hanno segnato un culmine nel processo di riscrittura della storia nazionale a fini politici portato avanti sin dal golpe di Piazza Majdan del 2014. Nel dopoguerra l'Ucraina dovrà fare i conti anche con l'eredità politica avvelenata di un tale revisionismo storico e confessionale, anche perché sul suolo in tutti questi anni si sono radicate pure numerose sette d'ogni sorta e grado: da quelle americane, come Scientology e vari gruppi evangelici, in particolare battisti e pentecostali, a quelle orientali o New Age come il Falun Gong, oltre ad una pletora di gruppi satanisti locali e d'oltreoceano, a cui già in passato avevamo dedicato ampi servizi. La loro avanzata è stata favorita dalle nuove autorità post-2014, fortemente soggette al dettato dell'area atlantica, per favorire lo snaturamento dell'identità nazionale ucraina a fini di soft power: indebolendo e pervertendo le istituzioni storiche del paese, come la Chiesa Ortodossa e quella Greco-Cattolica, del pari satellizzata, e confondendone e negandone la memoria storica e collettiva, con la riscrittura della storia nazionale, diviene più facile privarlo di molti di quei suoi anticorpi sociali che in definitiva sono i primi veri guardiani di una reale democrazia. 

 

Quegli anticorpi, ad esempio, s'erano visti proprio all'indomani del golpe di Piazza Majdan, con la mobilitazione soprattutto nelle regioni orientali di vasti gruppi di opposizione che per comprensibili ragioni non si riconoscevano nei nuovi governanti installati a Kiev dall'azione concertata di Stati Uniti, Unione Europea e NATO. Il golpe di Piazza Majdan, occorre sempre ricordarlo, è stato una “rivoluzione colorata” quanto quelle in Georgia, Kirghizistan, Libano, Tunisia e in altri paesi. La reazione manu militari delle nuove autorità a quegli anticorpi, partita sin da quel 2014, ha provocato per certo fino al 24 febbraio 2022 almeno 14mila vittime secondo gli osservatori OSCE, trovando il parossismo nella progressiva messa al bando di partiti e sindacati d'opposizione o nel rogo dei manifestanti alla Casa dei Sindacati di Odessa di quello stesso anno, testimonia la traumaticità dell'avvio e del prosieguo di quel processo di revisionismo nazionale. Oltre agli oppositori politici, in particolare socialisti e comunisti, anche i fedeli della Chiesa Ortodossa ucraina legata al Patriarcato di Mosca hanno subito una repressione crescente, che dal 2022 non ha fatto altro che intensificarsi a livelli davvero preoccupanti.

 

Malgrado la sostanziale messa al bando della Chiesa Ortodossa di Mosca avvenuta un anno fa, alcune sue eparchie hanno potuto continuare ad operare a patto che sciogliessero i loro legami con la madrepatria; ma oggi, accusandole di non avervi provveduto, le autorità di Kiev ne intimato la soppressione. Nel 2022 la Chiesa Ortodossa russa in Ucraina ha manifestato la propria ostilità all'ingresso dei militari di Mosca nel paese, per poi ribadire anche mesi fa d'essersi integralmente scissa dal Patriarcato moscovita. Tali azioni non sono però state giudicate insufficienti da Kiev, che ha accusato la Chiesa Ortodossa russa in Ucraina di rappresentare un vero e proprio “cavallo di Troia”, una “quinta colonna” nelle mani del nemico. Una messa al bando definitiva comporterebbe la confisca di beni già in cura allo Stato come chiese, santuari e monasteri storici, limitando seriamente per le eparchie superstiti la possibilità di svolgere i riti e le funzioni pubbliche. Nella visione delle autorità di Kiev tale mossa, presentata come essenziale per tutelare maggiormente la sovranità nazionale, segnerebbe anche il completamento del processo revisionistico iniziato nel 2014, con alcuni suoi antefatti storici già visti nel ventennio precedente, e la rottura di un plurisecolare legame non soltanto storico ma anche spirituale e teologico tra Russia ed Ucraina. Si prospetta dunque come una vera e propria crociata ideologica.

 

La mossa di Kiev, per quanto presentata dalle autorità e dai suoi alleati dell'area atlantica come un provvedimento per la sicurezza nazionale, non ha tuttavia mancato di sollevare anche qualche imbarazzo. La Chiesa Ortodossa russa in Ucraina, è doveroso ricordarlo, dal 2022 ha offerto con le sue congregazioni anche assistenza umanitaria agli sfollati: la messa al bando danneggerebbe pure quest'ultimi e non soltanto i fedeli. Avvalendosi di una petizione fatta firmare dai gruppi politici filogovernativi, le autorità di Kiev puntano a dare alla loro mossa una veste democratica, ma ciò non è bastato a persuadere molti osservatori in patria e all'estero. Persino tra gli alleati dell'area atlantica non sono mancate le preoccupazioni: serpeggia una certa stanchezza per il conflitto, per i costi che comporta ed ha comportato, a tacer poi della delusione per gli obiettivi strategici del tutto falliti. In tal senso sono soprattutto gli Stati Uniti, decisi a liberarsi della “palla ucraina” lasciandola nelle mani dei soli europei, a manifestare le maggiori insofferenze, espresse attraverso i richiami dell'USCIRF, agenzia governativa sullo stato internazionale delle libertà religiose, oltre all'ONU. 

 

Appare a dir poco singolare che molti attivisti e professionisti europei in materia di “libertà religiosa” in questo caso abbiano preferito far scena muta, forse non sapendo esattamente ancora come muoversi. Tanto era forte il loro richiamo per la “libertà religiosa” da averli portati, in tutti questi anni, a non dir mai una sola parola sulle continue e reali violazioni delle libertà religiose in Ucraina, a tacer di quelle politiche, mentre manifestavano talento e voglia di fare nel denunciarne altre in altri paesi, indicati come avversari strategici dagli Stati Uniti e dall'area atlantica, dalla Cina alla stessa Russia. Le violazioni in Ucraina, intanto, le coprivano e le giustificavano proprio come azioni volte a tutelare la sicurezza nazionale dalle insidie russe. Nulla di sorprendente: è la famosa logica dei doppi standard, biglietto da visita della concezione atlantica della geopolitica delle religioni e delle “libertà religiose”.

 

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