
Alcune settimane fa una testata d'orientamento liberale, Valigia Blu, ha pubblicato un articolo d'inchiesta sui finanziatori e promotori dei “movimenti contro l'aborto e i diritti LGBTQ+ in Europa”. Di tali argomenti ci siamo più volte occupati anche noi in passato, non fosse altro perché studiando le realtà settarie finisce col divenir frequente l'imbattersi in contesti dove l'omofobia o un certo “oscurantismo” la fanno da padroni, a tacer poi di tante altre “controverse” visioni sociali o legali ancora. Ora, pur senza pienamente condividere i contenuti dell'articolo, dobbiamo comunque riconoscere come il tema che sollevi sia d'indubbia ed oggettiva importanza nell'odierno dibattito sociale e politico europeo: temi sensibili come questi sono, al pari di tanti altri, oggetto spesso di contrapposte e recondite politiche di lobbismo, promotrici di diverse e contrapposte agende ideologiche. Secondo l'autrice dell'articolo, nel 2017 WikiLeaks ha pubblicato un documento riservato intitolato Restoring the Natural Order: an Agenda for Europe, manifesto di una rete transatlantica d'oltre cento gruppi cattolici sorti principalmente tra il 2013 e il 2014. Tale rete, nota proprio come Agenda Europe, stabiliva in questo suo documento programmatico una strategia tesa ad erodere progressivamente diritti ormai ormai diffusamente condivisi nel Vecchio Continente come l'aborto, il divorzio, l'accesso alla contraccezione o ancora i diritti delle persone LGBT. In base a successive inchieste giornalistiche stimolate dalla rivelazione di quel documento, era emersa l'esistenza di una rete transnazionale europea d'organizzazioni di stampo cattolico conservatore attive contro tali diritti, finanziate con ingenti proventi da paesi come Stati Uniti e Russia e pronte a collaborare coi vari partiti di destra ed estrema destra che proprio in quegli anni stavano conoscendo importanti crescite a livello elettorale.
Come ricorda l'autrice dell'articolo, in Italia erano gli anni dei Family Day, poi sfociati nel World Congress of Families (WCF) di Verona del 2019. Il WCF è un'organizzazione cristiana conservatrice fondata nel 2017 negli Stati Uniti da Allan C. Carlson, storico ed ex funzionario dell'Amministrazione Reagan, già presidente del "Centro Howard per la famiglia, la religione e la società". Insieme ad alcuni sociologi russi come Anatoly Antonov e Viktor Medkov, Carlosn vede nella “rivoluzione sessuale e femminista” le ragioni della crisi demografica occidentale, e il suo WCF non ha tardato a venir etichettato dalla Human Rights Campaign, la più grande associazione LGBT americana, come “uno dei più influenti in America nel promuovere e coordinare l'esportazione di bigottismo, ideologia e legislazione anti-LGBT all'estero”, ospitando nelle sue conferenze internazionali “i più marginali attivisti impegnati nell'avversione delle persone LGBT”. La diagnosi, per quanto severa, non è del tutto errata: Carlson non risulta certamente una figura nota ai più, e così pure si può dire degli studiosi su cui fa affidamento per l'elaborazione delle sue teorie sociali. Le conferenze sin qui tenute dal WCF (Praga, 1997; Ginevra, 1999; Città del Messico, 2004; Varsavia, 2007; Amsterdam, 2009; Madrid, 2012; Sydney, 2013; Salt Lake City, 2015; Tblisi, 2016; Budapest, 2017; Chisinau, 2018; Verona, 2019; Città del Messico, 2022; oltre a quello previsto a Mosca nel 2014, poi ufficialmente cancellato per l'intervento in Crimea, ma in generale poco gradito per i suoi contenuti anche alle stesse autorità), sono quasi sempre avvenute in contesti dove ormai le libertà sessuali dominano incontrastate e le comunità LGBT risultano più attive e cospicue che mai, puntando più che altro su piccole nicchie ultraconservatrici dalla modestissima influenza politica. Molti degli studiosi ed esponenti che vi hanno partecipato provengono dal vasto mondo cattolico e protestante europeo ed africano, legati a sette che pochi riterrebbero mai presentabili, e le loro dichiarazioni sono spesso parse imbarazzanti anche a molta della platea conservatrici da tanto surreali o paradossali suonavano. Mentre i politici di piccolo e grande calibro che hanno partecipato alle varie conferenze erano soprattutto in cerca di qualche nuovo voto da raggranellare e, con la dovuta cautela, di guadagnarsi pure un po' di visibilità, naturalmente senza farsi troppo vedere accanto agli esponenti più imbarazzanti.
Da un punto di vista di puro pluralismo, è più che lecito che tali gruppi e personalità possano dire la loro, anche contro diritti ormai in buona parte affermati in Europa e in altri paesi. Rappresentano una visione ormai superata dell'ordine della società e dello Stato, presentandosi spesso come dei nostalgici di periodi storici che la stragrande maggioranza dei loro connazionali ben si guarda dal rimpiangere, venendo da costoro visti come una residuale forma di folclore politico. Che tale “folclore” possa di tanto in tanto conoscere dei non sempre significativi revival, con qualche punto percentuale in più raggranellato in certi appuntamenti elettorali sull'onda del voto di protesta contro le forze tradizionali e il loro malgoverno, è cosa pure questa del tutto fisiologica in ogni ordinamento democratico-parlamentare, a maggior ragione in periodi come questi, in cui i governi europei non paiono sempre rispecchiare le aspettative dei loro cittadini. Ma di qui a sollevarne un'emergenza nazionale o addirittura internazionale, forse ce ne corre. Dopotutto, i partiti più conservatori quando accedono all'alveo delle forze tradizionali, divenendo affermati attori dell'arco costituzionale, si danno subito una “ripulita” che equivale ad una loro sostanziale normalizzazione politica: mettono da parte i contenuti più estremi e reazionari, relegandoli a loro modeste correnti interne funzionali giusto ad imbonire una certa loro fascia d'elettorato, e così pure fanno d'altra parte anche i partiti più innovatori o di rottura, che in modo non tanto diverso una volta trasformatisi in forze parlamentari s'imborghesiscono attaccandosi in non diverso modo alla poltrona.
Tale tendenza è notata anche dall'autrice, che ricorda come a distanza di dieci anni la galassia riferibile ad Agenda Europa appaia sensibilmente diversa: non ha più bisogno d'agitare la piazza dandosi al movimentismo e facendosi espressione della società civile, perché nel frattempo divenuta forza di governo o comunque con una stabile presenza nei palazzi del parlamento. Là dentro, la sua strategia è di mantenersi quanto faticosamente raggiunto, ovvero la sopravvivenza della poltrona, e non certo di comportarsi in modo tale da venirvi scacciata; anche perché proprio grazie a quella poltrona può controllare “strumenti legislativi, piattaforme mediatiche e tantissimi soldi, anche pubblici”. In effetti, se in principio i fondi ricevuti da queste forze ed associazioni provenivano in buona misura da alcuni oligarchi russi, che anche in patria sostenevano movimenti ultraconservatori e che soprattutto dopo lo scoppio del conflitto ucraino si sono trasferiti all'estero con le loro attività, oltre che dagli Stati Uniti, oggi in prevalenza derivano da fonti “intra-europee”. Viene a tal proposito citato l'esempio di una rete parlamentare europea per il diritto all'obiezione nell'aborto (pro-choice) come lo European Parliamentary Forum for Sexual and Reproductive Rights (EPF), già attivo nell'emersione del progetto Agenda Europe e che ancora nel 2018 nel suo resoconto intitolato The Next Wave riportava 275 diverse realtà anti-gender tra ONG, media, think tank, partiti politici e gruppi di sostegno (advocacy). Dal 2019 al 2023 tali gruppi hanno ricevuto ingenti quantità di denaro, pari ad 1,18 miliardi di dollari, provenienti in buona misura da varie entità europee come aziende, imprenditori della tecnologia o ancora famiglie aristocratiche.
Siamo in sostanza in un'epoca in cui il mondo ultraconservatore, per reazione all'agenda woke analogamente forzata da più parti ad una società che non sempre gradisce riceverla più di tanto, conosce un suo revival che va a mischiarsi con le nuove tecnologie, non solo comunicative. Ma parliamo pur sempre di nicchie, tanto i pro-woke quanto gli anti-woke, che per quanto ben sostenuti finanziariamente tra Stati Uniti ed Europa alla fine non riescono a guadagnarsi il favore della maggioranza nella società. Quest'ultima, nell'Europa di oggi, ha ben altre preoccupazioni; mentre tali nicchie accusano soprattutto gli effetti di una sovraesposizione politica e mediatica, data proprio dai loro ingenti incassi economici, che già sta conoscendo ampi fenomeni di riassorbimento. In un'Europa alle prese con una crescente crisi scatenata da varie circostanze strutturali e dalla guerra in Ucraina, è il confronto con la realtà a logorare queste idee, anti-woke e pro-woke che siano: mentre i loro “animatori” cercano di cavalcarle più che possono fintantoché i flussi di denaro che le beneficiano rimangono garantiti nella medesima quantità. Insomma, tutte mangiatoie all'insegna del folclore.