
Il 21 ottobre 2025 la fondazione pontificia Aid to the Church in Need (ACN, più nota in italiano come Aiuto alla Chiesa che Soffre, ACS) ha presentato a Roma, presso l’Auditorium del Pontificio Istituto Patristico “Augustinianum”, la nuova edizione biennale del Religious Freedom in the World Report. L’evento, a cui ha preso parte anche il Segretario di Stato vaticano, Card. Pietro Parolin, ha posto l'accento sulla tendenza al peggioramento della libertà religiosa a livello globale e sulle gravi violazioni che le varie comunità religiose conoscono in più continenti. In particolare ACN ha richiamato l’attenzione su dati e casi-studio relativi al periodo gennaio 2023-dicembre 2024, sottolineando che circa due terzi dell’umanità (pari a più di 5,4 miliardi di persone) vivono oggi in Paesi dove la libertà religiosa non è pienamente garantita. Nell'intervento inaugurale Parolin ha definito la libertà religiosa “un aspetto fondamentale dell’esistenza umana”, collegandola ai diritti umani e all'impegno della diplomazia vaticana per la tutela delle minoranze religiose e delle vittime di persecuzioni; ribadendo nello specifico la preoccupazione della Santa Sede per i vari conflitti in corso, come in Medio Oriente, e per le restrizioni alla libertà di culto e di coscienza nel mondo.
La Nigeria è stata uno dei Paesi più citati nel Report e nella copertura mediatica collegata al lancio. Negli ultimi anni le violenze nell'area del Sahel e nel Nord e nel Centro del Paese hanno assunto forme multiple: dagli attacchi in gruppo da parte delle organizzazioni jihadiste e delle milizie legate a sigle come ISWAP (Islamic State of West African Province), Boko Haram, o ancora la sua fazione scissionista Ansaru, ai conflitti rurali tra pastori nomadi e comunità agricole, con rivalità dove spesso emergono connotati etno-religiosi. Tra le conseguenze vi sono omicidi mirati, rapimenti (anche di religiosi), incendi di chiese e scuole cristiane, e spostamenti forzati d'intere comunità. Le ONG e i rapporti di monitoraggio forniscono tuttavia cifre divergenti, da Open Doors ad ACLED, oltre a diverse organizzazioni locali; ma concordano comunque sul fatto che vi sia un aumento nel livello di minaccia e nell’impatto riportato dalle comunità cristiane. Tra le righe abbiamo però alluso a qualche discrepanza: ed infatti in molti episodi le vittime sono state identificate o ritenute come appartenenti alle comunità cristiane, mentre in altri casi le violenze sono miste e guidate da logiche di controllo territoriale e competizione per le risorse. Insomma, per quanto la si voglia forzare, quella della violenza contro i cristiani non è l'unica e neppure la prioritaria tra le chiavi di lettura di un'instabilità che nel Nord e nel Centro del Paese trova le sue spiegazioni soprattutto nella debolezza dello Stato e in un “convitato di pietra” come il neocolonialismo di cui nessuno, nel corso della Conferenza, ha osato fare il nome (ma che in Africa è purtroppo presente più che mai). Tant'è che auspicare, per esempio, degli “interventi internazionali mirati”, soprattutto nel caso del Sahel, potrebbe sottendere a volontà d'ingerenza nella vita interna degli Stati e delle loro comunità di marca inequivocabilmente neocolonialista.
Nel caso del Pakistan, invece, la discriminazione contro i cristiani e altre minoranze religiose è spesso veicolata da strumenti legislativi e pratiche sociali che espongono gli individui a procedimenti penali e violenze extragiudiziali. E' soprattutto la legislazione sulla blasfemia a costituire il nodo più delicato, con norme dal linguaggio vago che almeno in teoria prevedono sanzioni gravissime e che, nella prassi, sono però usate soprattutto come strumento di estorsione, di persecuzione o di ritorsione privata. Non è dunque tanto l'applicazione della legge, a livello pratico adottata solo in casi rari e a livello locale, secondo la discrezione di un giudice religioso locale e del suo ascendente sulla comunità locale, quanto la paura che può suscitare su un privato cittadino qualora qualcun altro lo ricatti di denunciarlo, magari con false accuse, per estorcere un favore o del denaro. Esattamente come nel precedente caso nigeriano (ma non potremmo dire diversamente guardando ad altri casi ancora, dalla Somalia all'Afghanistan, da alcune aree del Sud Est Asiatico ad altre del Sahel o dell'Africa Centrale), il problema più che nella discriminazione religiosa è da individuarsi nella debolezza delle istituzioni statali, nella criminalità e nella corruzione.
Non a caso anche i rapporti e le investigazioni di ONG come Human Rights Watch finiscono per documentare, nell'incremento di denunce per blasfemia, la strumentalità delle accuse che l'accompagnano, legate a motivazioni che nella realtà ben poco hanno a che fare col rispetto della religione. Poiché le istituzioni locali sono perfettamente al corrente dell'utilitarismo che accompagna il ricorso a tale legislazione, spesso per sanare dispute personali o familiari, o per motivi patrimoniali, immobiliari o di potere, è da tempo in atto una sua riforma; e per quanto i settori più conservatori della società facciano gioco sulla loro influenza per ritardarne l'iter, nel tempo Islamabad potrà comunque completarlo. In questo caso, ovviamente, nessuno invoca interventi internazionali mirati, giacché ciò significherebbe scontrarsi con un attore politico, come il Pakistan, che è ancor più un osso duro di quanto già non lo sia la Nigeria; ma anche le pressioni diplomatiche e così pure i vaghi “meccanismi di tutela” auspicati da varie ONG vanno in ogni caso giudicati con estrema prudenza, poiché andrebbero a tradursi in un'arma a doppio taglio capace, per reazione dell'opinione pubblica locale, di rafforzare proprio le posizioni dei settori più conservatori. Una sana politica di non ingerenza, dunque, anche nel caso pakistano è da ritenersi sempre come la più consigliabile e rispettosa del diritto internazionale.
Non diversamente possiamo dire per un grande attore globale come la Cina, menzionata insieme ad altri paesi dal Report, seppur senza troppo calcare la mano: un aspetto che non dovrebbe sfuggire allo sguardo dei più attenti osservatori, dal momento che va ad indicare pure l'approccio morbido ormai da anni seguito dalla diplomazia della Santa Sede verso quello che nel frattempo è divenuto un suo sempre più importante interlocutore internazionale. L'Accordo Provvisorio sulla nomina dei vescovi, siglato la prima volta nel 2018 e in seguito più volte rinnovate con cadenza dapprima biennale e quindi quadriennale, esprime tutta la ritrovata volontà di dialogo e collaborazione tra la Santa Sede e Pechino, alla concorde ricerca di una più costruttiva comprensione reciproca. Varie sono le ragioni che hanno condotto queste due grandi realtà ad incontrarsi, avviando un dialogo rispettoso e finora pure fruttuoso, e più volte nei nostri articoli ne abbiamo parlato. Tuttavia, sappiamo come ad Oltretevere continuino ancor oggi a pesare con tutta la loro influenza gli elementi più conservatori, ostili a “scendere a patti” con quella che vedono pur sempre come un “gigante asiatico, comunista ed ateo”: si pensi ad esempio al Card. Joseph Zen, per molto tempo figura centrale per la diocesi di Hong Kong. Nel suo vasto ed eterogeneo corpo, la Santa Sede non può far a meno di ospitare e serbare anche tali voci, pur esprimendo al contempo la volontà di guardare oltre, avanti, verso un dialogo che nella sua pragmatica urgenza è assai più importante di certe intransigenti “dichiarazioni di principio”.
Secondo il Report presentato da ACN, il governo cinese avrebbe accelerato la cosiddetta “politica di sinicizzazione delle religioni", volta a rendere le pratiche religiose locali più omogenee agli obiettivi di stabilità locale ed armonia sociale perseguiti dallo Stato; ma tale accusa, come spesso abbiamo scritto in altri casi, è usata in maniera piuttosto strumentale da entità governative altrui come l'USCIRF (US Commission on International Religious Freedom) o ancora da ONG che vi dipendono tanto per gli argomenti che pubblicano quanto per il denaro che più o meno direttamente vi ricevono. Si tratta dunque di una “crociata politico-ideologica” di alcuni governi ed entità occidentali contro un Paese giudicato per varie questioni come un "avversario strategico" da contrastare e delegittimare, volta a confondere le acque spostando il piano dell'analisi su temi come la religione. Non a caso, e qui si nota la sottigliezza della diplomazia pontificia, delle quasi ottanta pagine del Report a malapena una soltanto riguarda la Cina, con considerazioni sempre piuttosto generiche e tratte da fonti non certo inoppugnabili: come a voler intendere che, se ad Oltretevere ai sostenitori di tali tesi non si poteva proprio dire di no, al tempo stesso neppure gli si è voluto riservare una tribuna d'onore.