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Jihadismo, longa manus occidentale tra Africa Centrale ed Occidentale

15-11-2025 14:00

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Jihadismo, longa manus occidentale tra Africa Centrale ed Occidentale

Non è soltanto la Nigeria a venir strumentalizzata da Occidente in merito a presunte persecuzioni a danno dei cristiani, dal confinante trio di paesi

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Non è soltanto la Nigeria a venir strumentalizzata da Occidente in merito a presunte persecuzioni a danno dei cristiani, con le mire di Washington che paiono estendersi anche al confinante trio di paesi che compone l'Alliance des Etats du Sahel (AES) o ad altri ancora come Ciad e Cameron. Ne abbiamo prova dal nuovo ed annuale resoconto della US Commission on International Religious Freedom (USCIRF), uscito non molti giorni fa con un titolo davvero inequivocabile, Freedom of Religion or Belief in the Sahelian Countries of Burkina Faso, Cameroon, and Chad, Certe sincronie non sono mai troppo casuali, ed infatti sempre in questi giorni viene montata pure un'immensa campagna stampa in merito all'avanzata in Mali di un movimento jihadista legato ad al-Qaeda come Jamaʿat Nuṣrat al-Islām wa-l muslimīn (JNIM), con tanto di “assedio della capitale Bamako”. Chi giornalmente legge le varie testate dalla carta stampata al web, anche solo generaliste e non africaniste, saprà quanto martellante sia stata la pressione mediatica, su tale argomento addirittura così forte da arrivare ad eguagliare quella dedicata alla “caccia al cristiano” in Nigeria. Peccato soltanto che l'uno come l'altro siano soprattutto grossolane manipolazioni politiche e mediatiche, vendute ad un pubblico da sempre tenuto accuratamente digiuno di certi fatti ma al contempo pure educato ad un'ostile diffidenza verso la situazione sul campo di buona parte del cosiddetto Sud Globale.

 

Il resoconto dell'USCIRF, che apre con una premessa inequivocabile ("Le violazioni della libertà religiosa sono diffuse in tutta la regione africana del Sahel a causa della presenza di gruppi di insorti violenti, di governi fragili e spesso guidati dai militari e di conflitti sociali"), ha proprio nelle azioni di JNIM e di un altro gruppo come l'ISSP (Islamic State-Sahel Province, un tempo noto come ISGS, Islamic-State in the Greater Sahara) gran parte delle sue argomentazioni, fondate sull'identificazione di una “tempesta perfetta” dovuta alla concomitanza tra la forza dei movimenti jihadisti e la fragilità degli Stati locali, attraversati da profonde conflittualità sociali e retti da istituzioni deboli e corrotte, con governi “non democratici” o lontani dalle istanze popolari. E' ovviamente una lettura dei fatti molto autoreferenziale, poiché da una parte tende ad assolvere il ruolo detenuto dalle potenze occidentali nel grave nel grave stato odierno della regione, e dall'altra addirittura sottende ad una sua riproposizione come “panacea” che ne curerebbe tutti i mali. Si può quindi tranquillamente dire, senza tema d'esagerare, che sia un documento di propaganda neocolonialista come tanti altri sin qui apparsi, purtroppo destinati a ripetersi anche in futuro nella medesima abbondanza: letture autoreferenziali, ma non per questo fini a se stesse.

 

Tralasciando la Nigeria, su cui gli Stati Uniti hanno esercitato le minacce di una sorta di “diplomazia a mano armata” vista anche in Venezuela, tesa in entrambi i casi più a strappare condizioni di favore per le grandi compagnie americane nella loro industria energetica che a precedere un vero e proprio intervento militare (Washington non ha uomini e risorse in quantità adeguate a poterlo fare, ancor meno se per dei conflitti a medio e lungo periodo, a tacer poi della mancanza di un consenso interno; e del resto né Abuja né Caracas appaiono oggi attori isolati nel loro contesto regionale e in quello internazionale, apparendo nel 2025 in condizioni ben lontane dall'isolamento e dalla debolezza che nel 2003 poteva contraddistinguere invece l'Iraq di Saddam Hussein, giusto per fare un esempio celebre), il trattamento riservato agli altri attori dell'Africa Occidentale e Centrale va a sostanziarsi in altre forme ancora, basate sul sostegno sottobanco del jihadismo nei tre Stati dell'AES, Mali in primis, o sulla denigrazione politica di quei vecchi partner come Ciad e Camerun la cui fluidità interna potrebbe, come del resto già visto anche con la stessa Nigeria, portare ad un loro sgradito “disallineamento” dalla sfera d'influenza occidentale a guida americana. 

 

In Ciad il governo del Presidente Mahmat Déby, succeduto al padre Idriss, ha dimostrato di sapersi muovere con una sempre maggior assertività, talvolta battendo come necessario un colpo alla cerchio ed uno alla botte, ma cercando comunque di tutelare l'interesse nazionale: a motivarlo in tal senso, rafforzandone la natura comunque già di per sé nazionalista, la forte spinta di un'opposizione interna che in più occasioni ha saputo dimostrare la sua influenza. Mentre in Camerun la lunga pagina del 92enne Paul Biya, Presidente dal 1981, sembra comunque destinata a chiudersi, non fosse altro perché su quel sistema politico, invecchiato quanto il suo leader e il resto della classe dirigente, grava la spada di Damocle del non riuscir ad individuare credibili successori per garantirne un futuro, men che meno capaci o disposti a riformarlo senza colpire molti degli interessi che lo dilapidano e su cui tuttavia si sorregge. Insomma, quelle americane sono delle inquietudini per un'evoluzione della politica africana che non rispecchia, e ciò non dovrebbe sorprendere nessuno, le prevedibili aspettative “imperiali” di Washington e dei suoi alleati. 

 

L'azione di gruppi jihadisti come a seconda delle aree JNIM, ISSP, ISWAP (Islamic State West Africa Province) o ancora Boko Haram, e così via con altri di minori od attivi al di fuori dell'Africa Centrale ed Occidentale, ad esempio al-Shabaab in Somalia e Kenya settentrionale o i Janjaweed da cui sono sorte le Rapid Support Forces (RSF) in Sudan, non è del resto del tutto scollegata dagli apparati d'intelligence occidentali che hanno fornito loro armi ed addestramenti, copertura satellitare e talvolta pure una certa discrezionalità politica e diplomatica (e anche certi documenti, come ad esempio quello dell'USCIRF, ne sono a loro modo una prova). Stati Uniti e Francia sotto quest'aspetto condividono ampie responsabilità insieme ai vari attori del Golfo, a cominciare dagli EAU con cui hanno messo in piedi grazie proprio all'operato di tali gruppi una solida attività di contrabbando dell'oro e di molti altri minerali ad alto valore come quelli “critici”, necessari all'industria delle Big Tech. Dalla Repubblica Democratica del Congo al Sudan, fino agli Stati del Sahel (Mali e Burkina sono ad esempio noti, quanto Khartum, per le loro rilevanti risorse aurifere), il giro di predazione neocoloniale garantito dall'esistenza dei gruppi jihadisti è ultramiliardario e vede coinvolti a vario titolo anche altri attori come l'Inghilterra, l'Olanda, Israele e una serie di strategici attori regionali fortemente sensibili all'influenza occidentale ed emiratense (dalla Libia all'Etiopia, dal Kenya allo stesso Ciad, fino al Rwanda e all'Uganda nel caso del supporto agli M23 in Congo e così via). 

 

Inoltre le operazioni umanitarie o di State building o State enforcement condotte localmente dalle potenze occidentali ex coloniali e/o neocoloniali (Serval, Barkhane e Sabre nel solo Sahel, in Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad, oltre alle varie a guida UE, AU o ONU largamente “deviate” dalle medesime mani e finalità), con la scusa di combattere localmente i gruppi jihadisti, sono invece servite proprio per favorirli accrescendone la potenza, nel mentre provvedendo a perpetuare la debolezza operativa degli Stati locali. Continuare tuttora ad auspicare tali approcci verso le nazioni africane (legittimandosi con propaganda istituzionale come quella dell'USCIRF, con quella mediatica vista in questi giorni sul Mali, o ancora con la “diplomazia a mano armata” adottata per la Nigeria), può forse apparire del tutto comprensibile nell'ottica occidentale del “profitto facile” di stampo neocoloniale e del doversi ripulire un'immagine internazionale sempre più contestata e smascherata. Ma difficilmente può trovare poi dei concreti riscontri sul piano reale, fatto salvo, ovviamente, quello di coprire l'ormai annoso ed interessato protrarsi del supporto sottobanco ai vari movimenti jihadisti, veri e propri “agenti neocoloniali occidentali" sul territorio.

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