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Influencer bannati? I casi cinese ed occidentale

18-11-2025 21:02

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Influencer bannati? I casi cinese ed occidentale

Il fatto è avvenuto ormai due mesi fa, eppure in Occidente ha continuato ad aver eco fino ad oggi, guadagnandosi uno spazio in numerose testate. Si tr

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Il fatto è avvenuto ormai due mesi fa, eppure in Occidente ha continuato ad aver eco fino ad oggi, guadagnandosi uno spazio in numerose testate. Si tratta del ban rivolto a tre influencer cinesi da parte della CAC (Cyberspace Administration of China), Zhang Xuefeng, Hu Chenfeng e Lan Zhanfei, da un giorno all'altro “disattivati” dalle piattaforme nazionali: svuotati i profili, bloccati gli streaming e così pure l'aggiunta di nuovi follower. Non è la prima volta che succede, nel quadro della campagna Clear and Bright portata avanti dal 2023 dalla CAC proprio per eliminare quei “contenuti che suscitano ansia sociale, polarizzazione e valori distorti”; ed infatti è già capitato che qualche media nostrano ne abbia parlato in passato con toni ovviamente sempre molto allarmati. Indubbiamente simili decisioni in Occidente possono suscitare delle perplessità, se non proprio delle levate di scudi; eppure anche alle nostre latitudini e longitudini avvengono fatti non tanto diversi, con molta più disinvoltura e soprattutto con finalità politiche che vanno a smentire una democrazia ed un pluralismo ormai ridotti ad essere soltanto di bandiera. 

 

La Commissione Europea, giusto per fare un esempio, ha dapprima introdotto una commissione contro le fake news, a cui viene talvolta data pubblicità anche nelle nostre TV ma il cui operato appare ancora piuttosto controverso, visto che è orientata soprattutto a smentire o censurare quanti in rete si dedichino a far informazione sui fatti riguardanti le guerre in Ucraina e in Palestina; ed ora, sempre con la scusa di tutelare una sana e libera informazione, sembra decisa ad un altro pericoloso passo in più, a danno di molti media indipendenti ed attivisti social. Mentre anche nel nostro paese casi come il sequestro dei mezzi di comunicazione ad importanti figure pubbliche, per motivazioni unicamente politiche, ugualmente destano più di qualche preoccupazione. Gesù, in una nota parabola, diceva: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Dobbiamo dunque prendere atto di non poter dare lezioni di democrazia.

 

La Cina sta attraversando una delle fasi più delicate della sua storia contemporanea: continuare a dare una rapida risposta ai tanti giovani in cerca di lavoro, controllare l'andamento del mercato immobiliare e sostenere i consumi interni, pilastri fondamentali della sua prosperità economica. In tale contesto, contenuti che amplificano l'ansia sociale ("non studiare giornalismo, è una trappola", “i pensionati di oggi campano meglio dei trentenni di domani”, “viaggiate e godetevi la vita invece di fare gli schiavi”) vengono percepiti dall'opinione pubblica, ancor prima che dalle istituzioni, come dei comportamenti riprovevoli: nessun genitore, ad esempio, gradirebbe che i propri figli dicano cose del genere o seguano con entusiasmo nei social un influencer che le sostenga. Sono punti di vista che vanno a nutrire un pessimismo collettivo davvero molto grave per una società come quella cinese, la cui ampiezza e complessità al contrario ha bisogno di un clima generale votato al mantenimento dell'armonia sociale. Per le istituzioni cinesi, e non è una questione che dovremmo ridurre al PCC giacché ciò avverrebbe pure se vi fosse un altro governo o sistema politico, la stabilità sociale è una precondizione per il mantenimento dell'armonia sociale e della crescita economica. Se i giovani interiorizzano l'idea che “tanto non c'è futuro”, si corre il rischio di dar luogo ad un circolo vizioso di consumi congelati, natalità sempre più basse e riluttanza al lavoro. Insomma: come negli Stati Uniti esiste un “sogno americano”, così pure in Cina c'è un “sogno cinese”, e in entrambi i casi compito del governo è continuare a garantire la solidità.

 

Il Presidente Xi Jinping ha molto legato il suo terzo mandato al “ringiovanimento nazionale” e alla “prosperità comune”, e il paese c'è riuscito, in un modo davvero ammirevole: la Cina è il primo paese al mondo ad aver completamente sconfitto la povertà, di cui un tempo soffriva in una maniera inimmaginabile per noi. Mostrare panfili a Dubai, ironizzare sulle pensioni o dire che “la scelta dell'università conta più dello sforzo” contraddice direttamente l'idea che il duro lavoro e la fiducia nello Stato portino al successo: eppure è proprio con quell'idea, e non con quelle immagini o considerazioni tanto superficiali, che la Cina è passata dalla fame e dalle umiliazioni del passato alla prosperità e alla grandezza odierne. 

 

Zhang Xuefeng, il “Re del Gaokao”, in particolare, è stato “punito” non tanto per aver detto cose false, ma per la crudezza e la mancanza di riguardo con cui le ha espresse, mancando di rispetto al sentimento nazionale dei suoi concittadini, molto peggio del “sabotare” il “sogno cinese”. I dubbi o le obiezioni sono dunque ammessi, ma è richiesto anche un rispetto nell'avanzarle. Tuttavia, sarebbe riduttivo e fuorviante attribuire il ban dei tre influencer solo a ciò che dicevano o al modo con cui lo veicolavano, giacché favorirebbe la narrazione occidentale che in Cina viga un'imperante censura di Stato: ben si capisce che qua più di uno cerchi di far passare questo messaggio, proprio per distrarre l'opinione pubblica occidentale dalle gravi politiche contro il pluralismo nel frattempo applicate dalle nostre autorità. Insomma, il “sogno cinese” merita rispetto per tutelare l'armonia sociale, ma nessuno rischia provvedimenti paragonabili a quelli capitati ad alcune figure di casa nostra. Chi parla di censura in Cina, solitamente ben si guarda dal denunciare quella in casa propria.

 

I tre influencer guadagnavano inoltre cifre astronomiche vendendo corsi (Zhang Xuefeng), merchandise e sponsorizzazioni di lusso (Lan Zhanfei), o ancora sfruttando l'algoritmo con contenuti “tossici ma virali” (Hu Chenfeng). La CAC ha colto così l'occasione per ricordare a tutte le piattaforme che il traffico non può essere monetizzato a qualsiasi costo, soprattutto quando tocca nervi scoperti della società o peggio ancora riguarda condotte criminali o patologiche. Il sesso, ad esempio, non può diventare strumento di profitto nei social, esponendosi ad un pubblico di ogni età, come invece avviene in tutto l'Occidente: si pensi a casi semplicemente imbarazzanti come Onlyfans, o anche al soft porn che dilaga sulle varie piattaforme di X e Meta, come Facebook, Instagram e Threads. Anche perché molto spesso non ci si limita alla sola esibizione della sessualità, cosa già di per sé piuttosto discutibile, ma anche di pratiche sessuali ovunque riconosciute come vere e proprie perversioni, dal sadomaso estremo alla coprofilia. Ma anche vendere illusioni, come ad esempio il sogno dei “soldi facili”, magari in piattaforme specializzate nel gioco d'azzardo online o nella speculazione nelle criptovalute, non è un comportamento tanto in linea col “sogno cinese” e, a dirla tutta, neppure coi sogni di altri paesi. Addirittura ormai esistono psicosette online fondate proprio sulla “vendita”, ai loro seguaci, del sogno di un arricchimento facile, tramite l'acquisto di “sistemi infallibili” per vincere al gioco o per accumulare in modo esponenziale fior di capitali in criptovalute: va da sé, sempre pagando profumatamente di volta in volta solo per ritrovarsi tra le mani un pugno di mosche.

 

Secondo i media occidentali, americani od europei che siano, ogni azione della CAC cade automaticamente nella categoria di “censura”, ma si tratta di una lente che deforma la realtà fornendo una frettolosa e superficiale semplificazione: “La Cina silenzia tre voci critiche” suona indubbiamente molto più potente ed efficace per un pubblico nel frattempo indottrinato ad una sinofoba diffidenza rispetto ad una più complessa ma realistica “In Cina lo Stato applica regole agli influencer che coltivano ansia in 40 milioni di adolescenti”. Anche perché in tal caso qualcuno, riflettendoci, potrebbe auspicare provvedimenti analoghi da parte delle istituzioni occidentali verso gli influencer nostrani, a cui spesso la possibilità di poter esagerare impunemente ha dato alla testa. Non facciamo nomi, ma tanto chi segue i social o i vari media sa di cosa parliamo: dalla violenza gratuita agli atti osceni in luogo pubblico, ce n'è per tutti i gusti. E non parliamo poi delle challenge, quelle sfide impossibili che finiscono per costare la vita a qualche ragazzo, ad esempio riprendendosi in auto o in moto mentre si sfreccia a velocità molto elevate, su strade che sono pubbliche. 

 

Certo, anche in Occidente le varie piattaforme social da TikTok a YouTube a Meta rimuovono regolarmente quei contenuti che promuovono le teorie del complotto estremo, l'autolesionismo o l'incitamento all'odio; ma evidentemente ciò non è fatto adeguatamente oppure, e non lo diciamo per malizia, le reali ragioni di quelle rimozioni, vere e proprie forme di censura, sono da imputarsi ad altre ragioni. E' più che noto, in fondo, che Meta abbia fortemente collaborato con le autorità americane ed europee per “orientare” l'opinione pubblica sui conflitti in Ucraina e Medio Oriente, e che una delle ragioni della grande campagna politica contro TikTok tenuta da Washington risiedesse proprio nel fatto che quella piattaforma, non dipendendo del tutto da un controllo occidentale, permettesse invece troppo facilmente la circolazione di contenuti “scomodi” sulla Palestina. Quelle censure sono state operate non da istituzioni pubbliche, quindi, ma da compagnie private che dagli Stati occidentali hanno ricevuto un consenso immancabile, sebbene inevitabile da tanta che è la loro potenza a livello economico. 

 

D'altro canto, ogni episodio che possa essere raffigurato in una maniera tale da risultare pernicioso per l'immagine internazionale della Cina (giusto poche righe fa parlavamo del pubblico occidentale, indottrinato ad una “diffidenza sinofoba” verso Pechino e le sue azioni dai solerti media nostrani), ha in Occidente un suo risvolto, che evidentemente interessa molto a chi ha a cuore di favorire il decoupling tecnologico, nuove restrizioni a TikTok e a Huawei, o la “guerra dei semiconduttori”. Mostrare Zhang Xuefeng come un novello dissidente, quando in realtà era un imprenditore da centinaia di milioni di yuan ben integrato nel sistema, rende più facile spiegare al pubblico perché i governi occidentali debbano “contenere” Pechino. 

 

In tutto ciò vi è ovviamente una mancata comprensione del “patto sociale” cinese: in Occidente la tendenza è di leggere questi ban come attacchi alle libertà individuali, mentre in Cina una larga fetta della classe media urbana, soprattutto quella dei genitori, li accoglie con sollievo: “Finalmente qualcuno ferma chi guadagna vendendo disperazione ai nostri figli!”. I sondaggi interni mostrano infatti un forte gradimento per la campagna Clear and Bright, sorprendentemente anche tra i giovani e giovanissimi che evidentemente sono a loro volta in larga misura stanchi o risentiti degli eccessi di molti influencer. Ciò sebbene gli indici di gradimento maggiore si riscontrino soprattutto nella fascia degli over 40, quella che vota e consuma di più, e che ha in generale una più profonda consapevolezza di quanto deleteri quei messaggi “ansiogeni” possano risultare in termini socio-economici per chi è in un'età ancora più “verde”. 

 

In definitiva, ecco perché suscita tanta perplessità sostenere che la Cina abbia censurato tre “dissidenti politici”. Semmai, ha dato un “contenimento” a tre imprenditori dei click che, in un momento di fragilità o di complessità sociale, hanno dimostrato di essere più pericolosi che utili per il bene comune. L'Occidente ne ha fatto un caso di libertà, ovviamente in modo come sempre molto interessato, perché ciò rientra perfettamente nella sua narrazione di una “Nuova Guerra Fredda” e perché è più comodo raccontare la solita “storia del regime oppressivo che se la prende con dei novelli eroi solitari” anziché ammettere che pure nelle nostre ”democratiche" società si rimuovono contenuti giudicati “tossici”, con altre scuse e finalità. Quali siano le scuse e le finalità qui accampate s'è già detto: le guerre in Ucraina e in Medio Oriente ci hanno dato tutti gli esempi che vogliamo. Paradossalmente, quello che invece l'Occidente dovrebbe fare è di seguire l'esempio cinese, non censurando chi arricchisca la democrazia con voci ed obiezioni tese a stimolare il dibattito pubblico, ma proprio quegli influencer che seminano le peggiori “tossicità” nella società. Insomma, prima di cercare il “regime” in casa d'altri, forse dovremmo stare attenti a quello in casa nostra. 

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