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Guerra e messianismo: Stati Uniti ed Israele contro Teheran, e non solo

10-03-2026 16:10

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Guerra e messianismo: Stati Uniti ed Israele contro Teheran, e non solo

Il conflitto scoppiato lo scorso 28 febbraio in Medio Oriente con l'attacco di Stati Uniti ed Israele all'Iran (con cui i primi erano peraltro in form

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Il conflitto scoppiato lo scorso 28 febbraio in Medio Oriente con l'attacco di Stati Uniti ed Israele all'Iran (con cui i primi erano peraltro in formali trattative previste già per il successivo lunedì a Ginevra) ha innescato dinamiche di una tale imprevedibilità da porre il mondo intero dinanzi ad una perenne incognita. Il suo lascito in termini economici, politici ed umanitari, certo già ora immane, sarà di una portata non ancora quantificabile. Ma a risultar imprevedibile non è soltanto la dinamica che lo connota, con gli esiti che potrà avere, ma anche la personalità di coloro che l'hanno iniziato. In questa guerra, più che in altre, l'influenza di visioni messianiche e settarie sui processi decisionali di due grandi potenze mondiali come Stati Uniti ed Israele desta infatti motivate preoccupazioni su una dimensione forse non sufficientemente esplorata dai nostri analisti, ma senz'altro profonda ed inquietante. Il connubio tra ideologia e religione porta la profezia a farsi politica, mettendo la razionalità al bando dai ruoli di governo.

 

Solo pochi giorni fa, un articolo apparso su Al Jazeera ha ricordato che, proprio come a Gaza, anche nell'attacco all'Iran il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha invocato il riferimento biblico ad Amalek, considerato nella tradizione ebraica come il simbolo del “male puro”, con dichiarazioni come “Ricorda cosa ti ha fatto Amalek. Noi ricordiamo, ed agiamo”. Mentre la ministra per gli insediamenti, Orit Strook, in un'intervista radiofonica ha affermato che quando il premier l'ha chiamata, gli ha detto che era appropriato che l'attacco avvenisse durante lo Shabbat Zachor, quando si legge dell'annientamento di Amalek; dal canto suo, Netanyahu le avrebbe risposto: “Questa volta non stiamo solo ricordando e leggendo; questa volta stiamo agendo”. Così possiamo leggere da un articolo apparso il giorno dopo su Middle East Eye. Anche nel resto del governo, tali approcci risultano piuttosto diffusi: ad esempio, i ministri Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sostengono apertamente la totale annessione dei Territori e l'espulsione dei palestinesi. La lettura delle due fonti, caldamente raccomandate, può fornire un vasto repertorio di casi analoghi, a rafforzare l'idea di uno Stato le cui strategie subiscono il netto condizionamento di un approccio a dir poco escatologico. Non appare infatti un problema soltanto di maggioranza, ma pure di opposizione: ad esempio il leader che la capeggia, Yair Lapid, ha affermato che “Il nostro mandato sulla Terra di Israele è biblico”, dando ad intendere che l'unità dell'Arco costituzionale sia ben maggiore di quanto il dibattito politico, spesso intenso, lasci pensare.

 

Molti penseranno al mito della Grande Israele, supponendo che sia soprattutto una “grande fantasia” a cui la stessa politica israeliana non dona attenzione, tolti forse alcuni ambienti estremisti e minoritari. Ma in realtà, come ricordato sempre in questi giorni da un articolo di CounterPunch, non è esattamente così. Netanyahu ha più volte definito la sua missione politica come “storica e spirituale”, dichiarando in varie occasioni che la terra di Israele appartenga al popolo ebraico per diritto divino e che colonizzare “Giudea e Samaria” sia un dovere sacro per adempiere alle promesse bibliche. Che simili considerazioni destino inquietudine in quanti vivano al confine con lo Stato di Israele, è fatto noto; non fosse altro perché sempre costoro hanno sin qui subito sulla loro pelle, ripetutamente, l'azione erosiva dei coloni e delle forze armate israeliane nei confronti della loro terra. Non soltanto i Territori Palestinesi, da Gaza alla Cisgiordania, hanno subito un costante processo di land grabbing che ricorda la natura semicoloniale di chi la porta avanti, ma anche altre aree limitrofe come il Libano e la Siria meridionali. Appare tra l'altro curioso che, mentre al mondo in tanti si premurino a condannare forme di land grabbing inesistenti e smentite dalla ricerca accademica e dall'indagine degli osservatori internazionali, come quella cinese in Africa, nel frattempo nulla abbiano da dire su altre come questa, portata avanti da Israele, a danno dei palestinesi e delle popolazioni arabe della regione.

 

E' qua che, senza dimenticare l'Europa, dobbiamo guardare soprattutto al Nord America, a quegli Stati Uniti che nell'attacco all'Iran rivestono un ruolo tutt'altro che di secondo piano. Molti ancora ricorderanno l'ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, che in una recente intervista a Tucker Carlson ha dichiarato che sarebbe “accettabile” se Israele prendesse “essenzialmente tutto il Medio Oriente”, perché quella terra è stata promessa dalla Bibbia. Nessuno si meraviglierà a sapere che Huckabee, già candidato conservatore alle primarie repubblicane, scelto dal presidente Donald Trump come ambasciatore a Gerusalemme, appartenga a quella nutrita famiglia che ben oltre gli Stati Uniti è nota come “sionismo cristiano evangelico”. E' una famiglia che per inciso raggiunge anche l'Italia, trovando molti suoi omologhi nelle file del cattolicesimo. Tuttavia, le dichiarazioni di Huckabee sono soltanto la punta dell'iceberg, come provato anche dalle oltre 200 denunce ricevute dalla Military Religious Freedom Foundation da decine di installazioni militari, con ufficiali che avrebbero riferito ai propri subordinati che la guerra all'Iran è “il piano divino di Dio” per innescare l'Armageddon e il ritorno di Gesù, con citazioni dell'Apocalisse e proclami in cui Trump è descritto come "unto da Gesù per accendere il segnale di fuoco in Iran”. In queste visioni, decisamente messianiche, la guerra diviene l'adempimento della profezia della fine dei tempi, con l'Iran concepito come la Persia biblica nella battaglia finale.

 

Il Segretario alla Difesa, ovvero alla Guerra come ormai è stata ribattezzato il suo dicastero con l'insediamento dell'attuale Amministrazione, Pete Hegseth, ha dichiarato al Pentagono che “Regimi folli come l'Iran, ossessionati dai deliri profetici islamici, non possono avere armi nucleari”, mentre un'altra controversa figura del mondo ultraconservatore repubblicano come il senatore Lindsey Graham s'è addirittura spinto a sostenere che “Questa è una guerra meravigliosa, e noi determineremo il corso del Medio Oriente per mille anni”. Le loro dichiarazioni, rilasciate a Fox News, sono presto divenute virali su molti giornali, da People al Guardian al Wall Street Journal. Dalle fonti, se ne potrebbero reperire molte altre ancora, tutte a suggerire un approccio tanto settario e radicale da far facilmente capire perché si possa arrivare a giudicare una guerra che agli Stati Uniti è sin qui costata oltre un miliardo di dollari al giorno, e all'Iran e al resto della regione centinaia di morti e migliaia di feriti, distruzioni di scuole ed ospedali, oltre che di moschee e siti archeologici e culturali, come “i migliori soldi mai spesi”. 

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