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Tra tensioni ideologiche e calcoli elettorali, la visita di Rubio in Vaticano

10-05-2026 17:17

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Tra tensioni ideologiche e calcoli elettorali, la visita di Rubio in Vaticano

La visita del Segretario di Stato americano Marco Rubio in Vaticano il 7 maggio 2026, alla luce delle recenti tensioni tra Stati Uniti e Santa Sede, n

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La visita del Segretario di Stato americano Marco Rubio in Vaticano il 7 maggio 2026, alla luce delle recenti tensioni tra Stati Uniti e Santa Sede, non è parsa affatto una semplice formalità diplomatica. Per ironia della sorte, il primo Pontefice americano della storia, Leone XIV, è stato anche il più bersagliato dal governo del suo Paese di origine, addirittura dal suo stesso Presidente; e, d'altra parte, mai prima d'ora s'era visto un Presidente americano scagliarsi in modo tanto energico e frontale contro il massimo rappresentante della Chiesa di Roma. Abbiamo già avuto modo di descrivere parte di quei pesanti attacchi negli articoli pubblicati lo scorso mese, e del resto tanto sono noti da non esservi bisogno di tornarne a parlare in questa sede. Ma una cosa è certa: probabilmente Donald Trump, nel rivolgersi a Leone XIV, non ha mai pensato che questi era ormai capo di Stato di un altro paese, il Vaticano, oltre che primate della Chiesa Cattolica. Pensando d'aver davanti a sé un proprio concittadino, “soggetto” alla sua autorità politica (per quanto il Presidente degli Stati Uniti sia fino a prova contraria un capo di Stato democraticamente eletto e limitato nei suoi poteri da vincoli costituzionali, non certo un sovrano assoluto) o addirittura un “interesse americano”, Trump s'è inferocito con Leone XIV intimandogli massima obbedienza e soprattutto collaborazione (certo, sempre con un ruolo secondario, così da non rubargli troppo la scena) nella sua “guerra di religione” contro l'Iran, in più occasioni presentata davvero come una nuova “Crociata”. Così, paradossalmente, con l'arrivo del primo Pontefice americano, i rapporti tra Stati Uniti e Santa Sede (la massima autorità, presieduta dal Papa di Roma, al contempo guida dello Stato del Vaticano e della Chiesa Cattolica) sono giunti al punto più basso della loro storia; e difficilmente tutto ciò sarebbe stato possibile senza il “fattore Trump”, curiosamente tuttora sostenuto da piccole ma influenti fazioni del Cattolicesimo più conservatore, altrettanto curiosamente caratterizzato da una stretta simbiosi col mondo evangelico e protestante più estremi, assai influente nelle scelte politiche dell'attuale amministrazione americana. 

 

La visita di Rubio, certo non casuale, ha dunque rappresentato un tentativo evidente di “raffreddare la retorica” e preservare un rapporto strategico che di là dagli accesi verbalismi Washington non può permettersi di compromettere del tutto. Le dichiarazioni ufficiali di entrambe le parti, piuttosto scontate e consuete, hanno soprattutto sottolineato “l’impegno condiviso per la pace e la dignità umana”, con discussioni su crisi umanitarie, libertà religiosa e sforzi per la pace in Medio Oriente. Ma dietro la facciata, sono anche molti altri i segnali che traspaiono: non a caso, le tempistiche della visita, a soli pochi giorni dagli ultimi attacchi verbali di Trump al pontefice, hanno subito reso chiaro che si trattava di un’operazione tesa a "contenere i danni". Dopo che Leone XIV ha criticato il trattamento “inumano” dei migranti, invocato alla pace nell’escalation israelo-americano all’Iran e rifiutato la retorica di Trump sulla distruzione della civiltà iraniana, il Presidente gli ha risposto accusandolo d'esser “debole sul crimine”, “liberale” e persino di mettere in pericolo i cattolici sostenendo indirettamente il nucleare iraniano. Tutte rotture molto gravi, perché riflettono le tante ed eterogenee influenze all’interno della coalizione di correnti repubblicane su cui si regge l’attuale amministrazione americana: da un lato, forti componenti evangeliche, sioniste cristiane e gruppi oltranzisti che spingono per una linea dura in Medio Oriente e sull'immigrazione; dall’altro, figure cattoliche come Rubio (che ha una storia religiosa personale complessa: nato cattolico, passato per mormonismo ed evangelicalismo prima di ritornare al cattolicesimo) o il Vicepresidente JD Vance, che tenta di mediare con la tradizione sociale della Chiesa. Questa miscela ha prodotto un approccio altalenante verso il Vaticano, animato dallo scontro pubblico su valori e politica estera, ma anche dal bisogno di preservare un dialogo istituzionale.

 

Nonostante le tensioni, l’amministrazione non può permettersi una rottura definitiva con la Chiesa Cattolica. Negli Stati Uniti vivono oltre 50 milioni di cattolici, un serbatoio elettorale decisivo e diffuso soprattutto tra i latinoamericani, che alle presidenziali del 2024 avevano infatti votato per Trump in larga maggioranza. Rispetto ai dati di quel voto trionfale, però, recenti sondaggi come quelli di Washington Post, ABC News ed Ipsos mostrano un calo di consenso tra i fedeli, accentuatosi soprattutto dopo gli attacchi al Papa: ben il 61%, infatti, ha reagito negativamente. Così, con le elezioni di medio termine ormai alle porte, il sostegno o almeno la neutralità del mondo cattolico americano diventa cruciale. I vescovi statunitensi hanno criticato le politiche migratorie e sul Medio Oriente, mentre le organizzazioni caritative cattoliche come la Catholic Charities hanno visto ridotti i finanziamenti federali. Leone XIV ha incontrato proprio queste realtà, rafforzando il messaggio di una Chiesa che malgrado le pressioni politiche intende restare impegnata sul sociale: un segnale politico lanciato anche alla Casa Bianca, o almeno così i destinatari l'hanno interpretato. Quella di Rubio, il cattolico più visibile nel governo americano dopo Vance, è parsa la figura giusta per questo lavoro di ricucitura. Durante la visita ha sottolineato il ruolo della Chiesa in paesi come Cuba (luogo d’origine dei suoi genitori) per l’aiuto umanitario e riconosciuto il Vaticano come attore globale presente in oltre cento nazioni. A tal proposito alcuni analisti, come padre Antonio Spadaro, parlano di un tentativo di “riportare il confronto su un registro istituzionale più tranquillo”, necessario per qualsiasi riallineamento futuro.

 

Da parte vaticana, l’approccio resta comunque fermo sui principi: proclamazione del Vangelo, pace e difesa della dignità umana. Leone XIV ha ribadito che la missione della Chiesa non consiste nell'allinearsi a poteri politici, ma nell'annunciare il messaggio di Cristo, anche quando può rivelarsi scomodo. L’incontro con Rubio, per quanto descritto come “amichevole e costruttivo”, non è riuscito cos' a nascondere le divergenze su Iran, migrazioni e disarmo nucleare, facendone dei “convitati di pietra” pronti a riapparire a tempo debito con tutta la loro problematicità. La diplomazia americana si trova in una posizione contraddittoria, influenzata da una base religiosa composita che spinge per lo scontro su certi temi, malgrado la consapevolezza che alienarsi il Vaticano (e con esso una parte significativa dell’elettorato cattolico) comporti pure dei costi elevati in termini di consenso interno ed immagine internazionale. Rubio ha negato lo scopo “riparatorio” della sua visita, dichiarandola pianificata da tempo, ma il contesto rende difficile separare la diplomazia dai calcoli politici. Anche se la retorica del Presidente s'è raffreddata, quantomeno quella verso la Santa Sede, le relazioni tra “oltreoceano” ed “oltretevere” continuano a restare complesse, ed appese a fili molto fragili e sottili, con la Casa Bianca in perenne oscillazione tra frizioni ideologiche profonde e necessità pragmatiche, se non proprio meramente elettorali, di mantenere dei canali aperti coi vertici del mondo cattolico. Il tempo racconterà se l'attuale “raffreddamento retorico” sarà propedeutico a ristabilire un più completo dialogo o soltanto un'effimera pausa tattica in vista delle vicine scadenze elettorali americane. Un problema che, del pari, l'odierna amministrazione americana sconta anche col mondo musulmano, con rapporti oggi in caduta libera di cui daremo lettura nel nostro prossimo articolo.

 

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