Nell'articolo precedente abbiamo parlato dell'acuirsi della faglia tra amministrazione USA e mondo cattolico, non soltanto americano, che ha indotto il Segretario di Stato Marco Rubio ad un “incontro riparatore” con Papa Leone XIV. Non si tratta di un problema isolato: con le elezioni di medio termine in vista, anche i rapporti tra la Casa Bianca e il mondo musulmano, sciita e sunnita, richiedono interventi compensativi ad oggi non ancora efficacemente individuati dall'amministrazione americana. In questo caso, ripristinare il grado di fiducia sarà un compito molto più difficile, anche perché per quanto piccola possa apparire la comunità musulmana americana (circa 4 milioni, pari all'1% della popolazione), gli attacchi subiti hanno comunque avuto un profondo impatto su molta dell'opinione pubblica nazionale in generale. Al contempo, la scarsa sensibilità dell'amministrazione verso certe tematiche umanitarie sollevate dai conflitti in Medio Oriente e dal sostegno ad Israele, giudicato fin troppo acritico, hanno ingrandito il solco tra Washington e molti suoi storici partner arabi e musulmani, anche al di fuori della già ampia Lega Araba. Aver favorito il sorgere di certe incomprensioni internazionali, non curandosi delle loro conseguenze, ha contribuito al crescente isolamento di Washington in sede internazionale e all'aumento del suo dissenso interno. Così, tra accuse d'islamofobia, proteste in aumento e calo nei sondaggi elettorali, l'amministrazione USA si trova a dover oggi correre ai ripari.
Varie organizzazioni musulmane americane hanno condannato gli attacchi all'Iran, come in precedenza l'avevano fatto per il puntuale allineamento del loro governo al bellicismo di Tel Aviv. Rispondendo alle critiche degli imam e dei leader musulmani, Trump li ha pubblicamente accusati d'essere dei “simpatizzanti iraniani”, alienandosi il favore delle loro comunità. Il CAIR (Council of American-Islamic Relations), ha riportato sin qui oltre 900 episodi d'islamofobia e crimini d'odio, mentre le nuove campagne digitali anti-musulmane legate ad un redivivo Muslim Ban hanno esacerbato le già forti tensioni. Introdotto nel 2017 e revocato quattro anni dopo sotto Biden, il Muslim Ban aveva colpito i cittadini d'alcune nazioni a maggioranza musulmana (Iran, Siria, Libia, Yemen, Somalia, Sudan, Iraq, oltre ad altri paesi aggiunti successivamente), con blocchi degli ingressi per 90 giorni e dei reinsediamenti dei rifugiati per 120 giorni, più volte rinnovabili. Ciò aveva portato alla divisione d'intere famiglie, oltre a provocare caos negli aeroporti e detenzioni arbitrarie, con forti traumi soprattutto per i minori. Un altro suo danno era stato nel consolidamento di certi stereotipi anti-musulmani, con un aumento dei crimini d'odio del 17% nel solo primo anno d'introduzione, a causa anche della forte propaganda politica con cui veniva sostenuto a livello istituzionale.
Col ritorno di Trump alla Casa Bianca nel 2025, il Muslim Ban è stato reintrodotto in una nuova versione aggiornata ed ampliata come Travel Ban verso i cittadini di 12 paesi, in gran parte musulmani come Somalia, Yemen, Afghanistan, Libia, Iran, anche in questo caso con forti restrizioni su ingressi, visti e reinsediamenti. Malgrado la Corte Suprema continui ancora a validarne gli effetti, le proteste delle varie organizzazioni civili sono in aumento e alcune cause legali hanno ad oggi ottenuto dei primi ed importanti successi. Sempre per il CAIR, la sua introduzione ha fomentato un aumento dei crimini d'odio del 25% e colpito migliaia d'immigrati legali, con stime per oltre 10mila richieste di visto bloccate solo nei primi mesi. Non sorprende così che il CAIR e le altre organizzazioni musulmane americane si siano spesso ritrovare a far causa comune con quelle cattoliche, in particolare dopo i contemporanei attacchi del Presidente Trump a Leone XIV e lo sdegno che hanno sollevato in molte comunità cattoliche: gli appelli congiunti a boicottare il voto per i repubblicani in occasioni delle elezioni di medio periodo ne sono un chiaro esempio.
A causa del solo conflitto allo Yemen, che ha visto gli USA dapprima sostenere l'allora coalizione di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro gli Houthi e in seguito avviare una propria e breve operazione militare contro Sana'a nel 2025 a sostegno di Israele (nota come Rough Rider, tra marzo e maggio), l'appoggio dell'opinione pubblica musulmana ai repubblicana è scemato tra il 2024 e il 2026 dal 20 al 5%, a tutto vantaggio dei democratici. Tuttavia, nel mentre, è stato soprattutto il conflitto in Palestina a sollevare le proteste maggiori, e non soltanto da parte dei giovani del mondo universitario, solitamente i più sensibili ai temi umanitari. Quelle proteste si sono infatti sposate con lo scetticismo di molto elettorato americano che aveva votato Trump proprio seguendo la sua promessa di volersi disimpegnare da quanti più conflitti possibile: l'acriticità verso Israele, alla base di un sostegno giudicato indefettibile, ha però portato alla delusione anche di quell'elettorato anagraficamente ben più maturo. In seguito, a rendere ancor più difficile la situazione è stato il conflitto scatenato contro l'Iran, anche perché i temi di natura umanitaria e politica sono andati rapidamente a mischiarsi con quelli geopolitici (il rapporto con gli alleati arabi nella regione, a cominciare dai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, oggi sempre più scettici e nervosi nei confronti di Washington) ed economici (il blocco della catene logistiche e l'aumento dei prezzi dell'energia, a causa del blocco di Hormuz). Tutte le sensibilità che il conflitto potesse creare (etiche, politiche strategiche, economiche) hanno qui trovato un perfetto punto di convergenza, capace di costare caramente all'amministrazione repubblicana.
E' stata una batosta strategica i cui effetti non sono ancora emersi del tutto, visto che l'intero mondo musulmano si trova oggi compattato contro la Casa Bianca, sunniti e sciiti che siano, dal Mondo Arabo alla Turchia, fino all'Indonesia. Nel frattempo, il CAIR e leader musulmani come Nihad Awad hanno condannato i raid sull'Iran iniziati il 28 febbraio scorso, parlando di “crimini di guerra”. In duecentomila hanno marciato a Washington e New York, parlando di “genocidio sciita”, con un boomerang mediatico che ha riguardato anche la locale comunità iraniana ostile alla Repubblica Islamica e vicina al vecchio regime monarchico: dinanzi all'aggressione militare, in gran parte anziché schierarsi col governo americano s'è allineata a Teheran ed abbandonato la vecchia causa lealista. Da sondaggi odierni, l'85% della comunità musulmana americana diffida oggi di quell'amministrazione che meno di due anni fa, al pari dei cattolici, aveva sostenuto. Non sorprende, di conseguenza, che rispetto al solo anno scorso gli eventi di protesta, sensibilizzazione e boicottaggio del voto di medio termine siano aumentati del 300%, con appelli contro “l'islamofobia presidenziale” e slogan come “No War for Israel”.
Se a prima vista i numeri della comunità musulmana americana possono malgrado tutto sembrare contenuti e riassorbibili per i repubblicani USA e l'amministrazione Trump, in realtà l'effetto soprattutto nei cosiddetti Swing States (gli Stati in bilico) possono risultare nefasti: in Pennysilvania e Georgia, per esempio, gli appelli al boicottaggio elettorale colpiscono almeno il 5-10% dei consensi per i repubblicani, allargando il vantaggio dei democratici. Dopo il voto di novembre, l'amministrazione USA potrebbe ritrovarsi con circa 15 o 20 seggi in meno alla Camera, con Trump ridotto a quel punto ad “anatra zoppa". Ripristinare un più sereno dialogo col mondo musulmano, in patria e all'estero, sarà per l'amministrazione Trump un compito non più facile di quanto tentato coi cattolici; ma le condizioni ad oggi per poterlo tentare sembrano ancora mancare.