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L'Hajj: il vertice della devozione islamica e i suoi caratteri distintivi

26-05-2026 15:00

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L'Hajj: il vertice della devozione islamica e i suoi caratteri distintivi

L'Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, non è semplicemente una ricorrenza, ma l'evento culminante della vita spirituale di un musulmano. Istituito come il quinto

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L'Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, non è semplicemente una ricorrenza, ma l'evento culminante della vita spirituale di un musulmano. Istituito come il quinto dei Pilastri dell'Islam (Arkan al-Islam), rappresenta un precetto obbligatorio, da compiere almeno una volta nella vita, per ogni fedele che ne abbia le possibilità fisiche ed economiche (Istita'ah). Si svolge ogni anno nel dodicesimo e ultimo mese del calendario lunare islamico, Dhu l-Hijjah, concentrandosi tra l'8 e il 12 (o 13) del mese, in un arco temporale che per il calendario gregoriano spazia dal 24/25 al 29/30 maggio. Per il calendario islamico, è l'anno 1447 AH. Come possiamo vedere dai vari notiziari, quest'anno i pellegrini giunti alla Mecca per il rito dell'Hajj sono molti di più dell'anno scorso, oltre 1,6 milioni già al primo giorno: un dato destinato ulteriormente a salire e che suscita enorme rispetto, a testimonianza di quanto, nei momenti di maggior crisi e timore, la preghiera e la fede diventino enormemente più partecipate e sentite.

 

Mentre altre importanti osservanze dell'Islam si focalizzano su aspetti specifici della fede (come il Ramadan, legato alla rivelazione del Corano e all'autodisciplina del digiuno, o la stessa Eid al-Fitr, la festa della rottura del digiuno), l'Hajj possiede caratteristiche teologiche, rituali e sociali che lo rendono unico. Innanzitutto, una dimensione spazio-temporale assoluta: a differenza della preghiera quotidiana (Salah) o del digiuno, che possono essere praticati ovunque nel mondo, l'Hajj richiede lo spostamento fisico verso uno spazio sacro delimitato e immodificabile: la città santa della Mecca e i siti circostanti (Mina, Muzdalifah, la piana di Arafat). Quindi, l'egalitarismo dell'Ihram: prima di accedere al territorio sacro, i pellegrini entrano nello stato di Ihram (consacrazione), che impone agli uomini di indossare due semplici teli bianchi non cuciti. Questo annulla visivamente ogni distinzione di classe sociale, ricchezza, nazionalità o etnia. Davanti a Dio, l'intera Ummah (la comunità dei credenti) è unita in uno stato di uguaglianza radicale. Ancora, il valore escatologico e rigenerativo: il culmine dell'Hajj è il giorno di Arafat (il 9 di Dhu l-Hijjah). Qui i fedeli sostano in preghiera e pentimento fino al tramonto (Wuquf). Questo rito è considerato una prefigurazione terrena del Giorno del Giudizio. Secondo la tradizione profetica, l'Hajj accettato da Dio cancella interamente i peccati pregressi, restituendo il fedele alla purezza spirituale originaria. Infine, la connessione con l'Eid al-Adha: il decimo giorno di Dhu l-Hijjah coincide con l'Eid al-Adha (Festa del Sacrificio), che unisce i pellegrini alla Mecca col resto del mondo islamico nella commemorazione dell'obbedienza di Abramo (Ibrahim). In sostanza, se l'Islam ordinario è scandito dal tempo, l'Hajj è il momento in cui il tempo e lo spazio convergono nella massima espressione di sottomissione al divino.

 

Il periodo dell'Hajj, che quest'anno si sviluppa nell'ultima settimana di maggio, coincide drammaticamente come già abbiamo accennato con una delle fasi di massima tensione ed incertezza nella storia recente del Medio Oriente. Il quadrante regionale si trova sospeso in un precario equilibrio: da un lato, canali negoziali sotterranei e sforzi diplomatici internazionali cercano di stabilizzare la crisi e scongiurare un'escalation catastrofica; dall'altro, persiste la minaccia imminente di una ripresa totale delle ostilità israeliane e statunitensi contro la Repubblica Islamica dell'Iran. Questo clima di "guerra sospesa" assume una rilevanza simbolica e logistica peculiare proprio durante i giorni del pellegrinaggio. L'Hajj richiama quasi due milioni di fedeli da ogni angolo del globo verso la Penisola Arabica. Un'eventuale rottura della tregua o l'avvio di operazioni belliche su vasta scala in concomitanza coi giorni sacri rischierebbe non solo di incendiare i corridoi aerei e marittimi della regione, ma di scuotere la stabilità interna delle stesse monarchie del Golfo, in primis l'Arabia Saudita, custode dei Luoghi Santi e storicamente impegnata nel difficile bilanciamento tra la sicurezza del pellegrinaggio, i rapporti con la sponda sciita iraniana e l'allineamento strategico con l'Occidente. L'incertezza attuale è alimentata dalla percezione che la finestra diplomatica possa chiudersi bruscamente, trasformando il periodo del sacro riposo e della preghiera in un detonatore per un conflitto regionale aperto.

 

Per comprendere a fondo le radici di questo scontro, è necessario analizzare la postura politica, ideologica e settaria dei due attori principali che hanno promosso la linea della massima pressione e del conflitto aperto contro Teheran e il cosiddetto “Asse della Resistenza”, ovvero Israele e gli Stati Uniti. Oltre a dinamiche puramente geopolitiche di vecchio stampo (equilibrio di potenza o controllo delle risorse), l'architettura di questo conflitto risponde infatti anche a visioni di matrice identitaria, ideologica e, per certi versi, settario-religiosa, incarnate dai vertici delle due potenze. Il governo israeliano segue un'ideologia di “Messianismo Revisionista” la cui visione risiede nella “Redenzione della Terra Promessa” da Dio al popolo ebraico (Eretz Yisrael). Guidato da Benjiamin Netanyahu e sostenuto dalla destra ultraortodossa, ancor più settaria e radicale, questo ecosistema ideologico fa sue le tesi secondo cui la “Terra Promessa” si estenda “dall'Eufrate al Nilo”, come descritto nel Libro della Genesi. L'amministrazione statunitense, invece, segue invece un'ideologia di ”Evangelismo Politico", basata sulla visione di uno “Scontro di Civiltà” (Armageddon), col Presidente Donald Trump influenzato, oltre che dalla sua più ristretta cerchia, anche dai falchi neoconservatori. 

 

Sotto la leadership di Netanyahu, la politica estera e di sicurezza israeliana ha progressivamente integrato istanze provenienti dalle correnti più radicali del nazionalismo religioso e del messianismo politico. Storicamente fautore della dottrina della "Minaccia Esistenziale" rappresentata dall'Iran nucleare, Netanyahu ha spesso utilizzato una retorica intessuta di richiami biblici e storici (il riferimento alla memoria di Amalek o il parallelo tra l'Iran odierno e la Persia del Libro di Ester) per mobilitare l'opinione pubblica interna ed estera. Lo scontro con l'Iran viene così configurato non come una conflittualità geopolitica, ma come una battaglia metafisica tra la "civiltà del progresso" e la "barbarie teocratica". La dipendenza politica di Netanyahu da ministri dell'estrema destra messianica (figure riconducibili al sionismo religioso e ai movimenti dei coloni) ha ulteriormente accentuato la natura identitaria del conflitto. Per queste componenti, lo scontro militare e la ridefinizione geopolitica della regione non obbediscono a criteri di pragmatismo diplomatico, ma sono tappe necessarie per il compimento del destino storico e religioso della nazione.

 

Sulla sponda statunitense, il ritorno e il consolidamento dell'amministrazione guidata da Donald Trump hanno reintrodotto una visione delle relazioni mediorientali fortemente influenzata da blocchi elettorali e ideologici domestici, in particolare con la destra evangelica cristiana (il cosiddetto “sionismo cristiano”). Si verifica così la riproposizione di schemi già visti: si pensi a quanto già abbondantemente approfondito, sotto la prima amministrazione Trump, riguardo il suo rapporto con gruppi settari evangelici esteri come, in primo luogo, la Chiesa di Dio Onnipotente, allora in piena espansione. Nel conflitto con l'Iran, la postura di Trump si muove su un doppio binario. Da un lato vi è l'approccio puramente transazionale del "business", che vede l'Iran come un elemento perturbatore degli Accordi di Abramo e della stabilizzazione dei mercati energetici a trazione sunnito-statunitense. Dall'altro, per mantenere il consenso della sua solida base elettorale cristiana evangelica, Trump adotta la retorica della difesa intransigente della civiltà giudaico-cristiana. Nel frattempo i falchi, le figure chiave nominate nei dipartimenti strategici (Stato, Difesa, Consiglio per la Sicurezza Nazionale) appartengono storicamente alla galassia neoconservatrice o alla destra religiosa. Per questi funzionari, l'Iran non è semplicemente uno Stato sovrano con cui negoziare un nuovo equilibrio (come dimostrato dallo smantellamento del JCPOA), ma il perno di un "Asse del Male" che deve subire un cambio di regime. L'alleanza incondizionata con Israele viene spesso letta attraverso lenti teologiche anglosassoni, in cui il sostegno allo Stato ebraico contro i suoi nemici islamici assume il valore di un dovere morale e profetico prima ancora che strategico.

 

Si assiste così a una saldatura ideologica: da una parte l'asse Washington-Tel Aviv, che legittima la propria azione bellica o coercitiva attraverso narrative di superiorità di civiltà e mandati storici; dall'altra Teheran e l'Asse della Resistenza, che rispondono con la visione della resistenza islamica all'arroganza e all'imperialismo nemici. Questa progressiva "settarizzazione" e confessionalizzazione dello scontro politico rende i tentativi di mediazione estremamente fragili, poiché i compromessi territoriali o diplomatici vengono percepiti dalle rispettive ali radicali come cedimenti di natura morale o spirituale, acutizzando l'incertezza proprio mentre il mondo islamico si stringe attorno ai riti dell'Hajj.

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