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Bannon ed Epstein contro Papa Francesco, dall'attacco sovranista alla reazione contro Leone XIV

16-02-2026 18:17

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Bannon ed Epstein contro Papa Francesco, dall'attacco sovranista alla reazione contro Leone XIV

Il “caso Epstein” sembra arricchirsi ogni giorno di un capitolo nuovo. Dai file del Dipartimento di Giustizia USA diffusi a febbraio 2026 sono emersi

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Il “caso Epstein” sembra arricchirsi ogni giorno di capitoli nuovi. Dai file del Dipartimento di Giustizia USA diffusi a febbraio 2026 sono infatti emersi alcuni messaggi del 2019 tra Steve Bannon e Jeffrey Epstein, in cui l’ex stratega di Trump dichiara esplicitamente all'amico: “Abbatteremo (Papa) Francesco!”, inserendolo tra i principali nemici ideologici globali: “I Clinton, Xi (Jinping), (Papa) Francesco, la UE: andiamo, fratello!”. Tali rivelazioni, solo un'esigua componente dei tre milioni di file emersi dal caso Epstein oggi in via di desegretazione, offrono nuovi squarci sulla guerra ben più che culturale del sovranismo di matrice bannoniana a Papa Francesco e alla Chiesa Cattolica in generale. I nostri lettori più affezionati ricorderanno i numerosi articoli che vi dedicammo ancora anni fa. Bannon, da tempo critico verso Francesco, l'aveva definito nel 2018 “sotto disprezzo” ed accusato di schierarsi con le élite globaliste. Il Pontefice argentino, con la sua enfasi sulle migrazioni, l'ambiente e i poveri, e le sue aperture ai divorziati e alle persone LGBTQ+, o ancora l'Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi con Pechino, costituiva per Bannon l’ostacolo principale alla sua visione “sovranista”, basata su un populismo nazionalista radicato in un Occidente giudaico-cristiano ostile all’Islam, al multiculturalismo e al “capitalismo apolide”, privo di radici spirituali. Ironia della sorte, secondo un modello che la storia ci ha già più volte presentato (pensiamo al fascismo e al nazismo, che si presentavano come ”anticapitalisti" pur essendo al contrario, del capitalismo, la quintessenza armata), anche il sovranismo bannoniano rappresentava in realtà soltanto l'ennesimo “specchietto per allodole” di quel “capitalismo apolide” che dietro finte ed ingannevoli maschere tradizionaliste mirava a portare avanti e a servire, come in altri momenti lo hanno fatto le ideologie liberal e woke.

 

I messaggi con Epstein ruotano intorno al progetto di trasformare in documentario il libro del 2019 di Frédéric Martel, In the Closet of the Vatican, che parla di un clero vaticano composto all'80% da omosessuali in un sistema di segretezza ed ipocrisia. Bannon propone a Epstein di diventare produttore esecutivo del film, convinto che avrebbe “abbattuto” Francesco esponendolo a scandali interni e “purificando” la Chiesa. Martel stesso riferisce di incontri con Bannon a Parigi: l’americano amava il libro e voleva strumentalizzarlo politicamente, mentre Epstein inviava articoli contro il Pontefice e citava Milton ("Meglio regnare all'Inferno che servire in Paradiso") in risposta alle critiche nel frattempo indirizzate da Oltretevere al “nazionalismo populista”. Consapevole di quanto ambiziosi fossero i suoi propositi, Bannon non agiva da solo. Aveva creato a Roma, nella Certosa Trisulti di Collepardo, il Dignitatis Humanae Institute, poi chiuso per irregolarità, come “scuola dei gladiatori” per formare i leader populisti ai valori giudaico-cristiani, oltre a consigliare Matteo Salvini di “attaccare” il Papa. Nel frattempo coltivava legami con alcuni cardinali tradizionalisti come Raymond Burke, poi distanziatosi dal progetto filmico e dall'associazione con Bannon dopo la pubblicazione del libro di Martel. L’obiettivo era chiaro: usare il Vaticano come leva geopolitica, indebolendo un Pontefice visto come “alleato delle élite globali”.

 

I movimenti evangelici erano il motore di quella strategia. Negli Stati Uniti, il populismo trumpiano si reggeva su un’alleanza inedita tra cattolici conservatori (i MAGA Catholics) e il vasto mondo evangelico-protestante: anti-aborto, pro-famiglia tradizionale, scettico verso il globalismo, ostile all’immigrazione di massa e al wokeism. Bannon vedeva in questo blocco una forza capace di contrastare il “globalismo” anche in ambito religioso. Francesco, con la sua esperienza argentina di dialogo anche con pentecostali ed evangelici, appariva un ostacolo, portando avanti un “ecumenismo della pace” in contrasto a quello “della paura” sostenuto dai fondamentalisti evangelici americani (si pensi al documentato articolo di Padre Antonio Spadaro su La Civiltà Cattolica del 2017, che attaccava proprio Bannon e la “apocalittica geopolitica” di certi evangelici ed integralisti cattolici, e che non sorprendentemente conobbe dure risposte da altre pubblicazioni del Cattolicesimo più tradizionalista, più sensibili alle narrazioni bannoniane). Bannon riteneva che Francesco, con le sue posizioni su migrazioni e clima, sabotasse quell’alleanza conservatrice trans-confessionale su cui tanto lavorava. Il Papa “globalista” spaccava il fronte conservatore cristiano, basato su un'astratta e fondamentalista contrapposizione tra Bene e Male, mentre i movimenti evangelici, forti nella base trumpiana, rappresentavano il carburante popolare, numerico e mediatico per la “rivolta sovranista”. Bannon non puntava a convertire, ma a strumentalizzare un vasto ed eterogeneo fronte di “cristiani occidentali” contro le élites, l'Islam e il multiculturalismo, perché con la loro “rivolta sovranista” conducessero la Chiesa Cattolica sulle posizioni del mondo evangelico-protestante americano (di fatto, divenendone così anche uno strumento geopolitico). I file Epstein mostrano come il finanziere condividesse questa visione geopolitica dove il Vaticano non appariva solo una questione religiosa, ma un nodo di potere da colpire.

 

Lo scorso anno, dopo la morte di Papa Francesco, il Conclave ha eletto l’8 maggio Robert Francis Prevost, cardinale americano di Chicago, primo Pontefice statunitense e primo agostiniano, col nome di Leone XIV (in omaggio a Leone XIII e alla Rerum Novarum). Prevost, missionario in Perù per decenni, prefetto del Dicastero per i Vescovi sotto Francesco, nonostante i timori di alcuni fedeli appare subito in continuità col predecessore, come Pontefice che ben conosce le complesse realtà del Sud Globale, inclusivo e attento a poveri, migranti e periferie. Nel primo discorso dal balcone di San Pietro parla di pace, ponti e missione. Bannon reagisce con durezza. Pochi giorni prima del Conclave, in un’intervista a Piers Morgan, lo aveva indicato come un "cavallo oscuro", “sfortunatamente uno dei più progressisti”. Dopo l’elezione lo definisce “la scelta peggiore per i Cattolici MAGA”, “Papa anti-Trump”, “un voto anti-Trump dei globalisti che gestiscono la Curia: è il Papa che Bergoglio e la sua cricca volevano”. Prevede pure “attriti” con Trump su immigrazione e deportazioni di massa: “Se questo Papa cercherà di mettersi tra Trump e il suo programma, io starò con Trump”. Arriva persino ad insinuare che il Conclave sia stato “truccato” come le Presidenziali americane del 2020, vinte dai Democratici.

 

Qui si apre il capitolo più interessante, e più lesivo, per la strategia bannoniana. Francesco aveva un rapporto personale con gli evangelici latinoamericani, grazie ad un dialogo informale coi pentecostali di Buenos Aires. Leone XIV, nato a Chicago ma cittadino peruviano naturalizzato, missionario in aree dove gli evangelici crescono rapidamente, parla spagnolo fluentemente ed ha inserito frasi in spagnolo nel primo discorso papale. Gli evangelici statunitensi hanno reagito in modo sorprendentemente positivo: lo rivendicano come “chicagoano”, apprezzano la sua esperienza di missionario in Perù, le posizioni pro-poveri, pro-famiglia e pro-immigrati, e vedono un terreno comune su argomenti come la giustizia sociale e la cura degli esclusi. Leader come Gabriel Salguero e Shane Claiborne parlano di partnership possibili su rifugiati e poveri, pur mantenendo le rispettive differenze teologiche. Rispetto a Francesco, l’approccio di Leone sembra più “nordamericano” e pragmatico: un Papa che conosce direttamente la realtà evangelica USA e latinoamericana, meno “europeo” o “argentino” e più inserito in un contesto dove cattolici ed evangelici condividono già spazi politici (pro-vita, famiglia). Non è un conservatore tradizionale, e infatti Bannon lo definisce progressista; ma la sua nazionalità e la sua storia missionaria potrebbero facilitare un ecumenismo “dal basso” con gli evangelici moderati, ancor più efficace di quello portato avanti da Francesco e senza la carica ideologica anti-globalista di Bannon. Alcuni osservatori evangelici notano che Leone potrebbe concentrarsi di più su Ortodossi e Chiese antiche, ma il suo linguaggio inclusivo e la familiarità con l’America Latina evangelica lo rendono potenzialmente più “ponte” di Francesco verso certi segmenti protestanti. Per Bannon questo è un problema: se Leone XIV, pur continuando la linea bergogliana su migranti e inclusione, riesce a dialogare con gli evangelici americani senza alienarli del tutto, l’alleanza conservatrice trans-confessionale che ha coltivato rischia di frammentarsi. Il “motore evangelico” della strategia sovranista potrebbe perdere spinta se un Papa americano, pur “globalista”, apparisse meno ostile culturalmente, dimostrandosi così un avversario ancora più “subdolo”. 

 

Se il Cancelliere austriaco Klemens von Metternich aveva detto, “Prevedevo tutto, fuorché un Papa liberale”, riferendosi a Pio IX, Bannon potrebbe invece ben dire “Prevedevo tutto, fuorché un Papa americano”. Bannon aveva puntato su un fronte cristiano conservatore unito contro il “globalismo vaticano”. Leone XIV, con le sue radici USA e latinoamericane, potrebbe oggi erodere quella narrazione, aprendo canali di dialogo che un Papa Francesco più distante culturalmente non aveva esplorato con la stessa immediatezza o profondità. La strategia sovranista di Bannon, che vedeva negli evangelici il motore popolare, rischia oggi di confrontarsi con un Papato americano che parla la stessa lingua culturale senza condividere la stessa ideologia, riuscendo ad essere ben più influente e persuasivo. In una battaglia non soltanto culturale ancora in corso, un Bannon che non ha “mandato giù” Papa Francesco, deve ora confrontarsi con un successore che, pur nella continuità, potrebbe rendere più complessa la sua narrazione di un Vaticano nemico del “vero” Occidente cristiano. Sia quel che sia, se i messaggi del 2019 sono ormai “storia”, il seguito di questa battaglia costituisce invece una “attualità” i cui contorni più torbidi non tarderanno certamente ad emergere.

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