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Roma, nessuna 'Conciliazione' per la controversa Shen Yun

19-02-2026 17:33

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Roma, nessuna 'Conciliazione' per la controversa Shen Yun

Tra il 13 e il 17 febbraio scorsi, l'Auditorium della Conciliazione di Roma ha ospitato gli spettacoli della controversa compagnia artistica di Shen Y

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Tra il 13 e il 17 febbraio scorsi, l'Auditorium della Conciliazione di Roma ha ospitato gli spettacoli della controversa compagnia artistica di Shen Yun, emanazione teatrale di una non meno controversa setta come la Falun Dafa. Inutile dire che controverso sia pure il bilancio di quegli spettacoli, che non avranno comunque termine qua: dopo due incursioni nei teatri di Avellino e Genova, e un prosieguo all'estero, la compagnia tornerà infatti a Roma per altri due giorni, dal 17 al 19 marzo, così concludendo ufficialmente la stagione 2026 in Italia. Noto anche come Auditorio Pio, l'Auditorium della Conciliazione è sorto a Roma negli Anni ‘30, come parte dei vasti lavori di ristrutturazione urbanistica ordinata da Mussolini, letteralmente ad un passo dalla Basilica di San Pietro: il suo intento originario, infatti, era di celebrare insieme la “riconciliazione” tra Stato e Chiesa stabilita coi Patti Lateranensi del 1929. Tuttavia, la sua natura simbolica come pure la collocazione geografica, in territorio italiano ma a breve distanza dai confini con lo  Stato del Vaticano, ne fanno un monumento dalla natura fortemente simbolica, che anche agli occhi degli organizzatori di Shen Yun certamente non potrà essere sfuggita. Riuscire a tenere i propri spettacoli in quel teatro, infatti, significa lanciare un messaggio sotterraneo anche alla Chiesa di Roma e non ci sono dubbi, considerati gli orientamenti politici della Falun Dafa e della compagnia di Shen Yun che ne fa parte, che quel messaggio implichi fortemente il dialogo stabilito sin dal 2018 tra la Santa Sede e Pechino. Per la Falun Dafa e i suoi protettori d’oltreoceano, quel dialogo tra Santa Sede e Pechino, sostanziato nell'Accordo sulla nomina dei vescovi, “non s'ha da fare”, tanto per usare le parole fatte proferire dal Manzoni ai “bravi” che nei Promessi Sposi minacciano il pavido Don Abbondio.

 

Tuttavia, il successo è stato scarso: certo, la compagnia è riuscita a tenere i suoi spettacoli e, salvo novità dell'ultimo momento, terrà anche quelli tra il 17 e il 19 marzo. Ma quando in nessuna delle esibizioni pomeridiane o serali si raggiunge l'obiettivo di una sala davvero piena, difficilmente si può parlare di “successo”, anche sotto il profilo del significato simbolico, del messaggio politico che sotterraneamente i vertici di Shen Yun miravano a lanciare alle gerarchie vaticane. Le quali, a loro volta, tanto abili nella lettura di certe sfumature, non avranno certamente faticato nel coglierne pure con una certa soddisfazione la fallacia: perché la presenza manifesta di un movimento settario letteralmente nel proprio “cortile di casa” non è certo, per il Vaticano e la Santa Sede, un aspetto da accogliere a braccia aperte. Il fallimento ha dunque connotato quel goffo tentativo di Shen Yun e della Falun Dafa di mettersi di traverso nelle questioni vaticane, presentandosi come un "ospite scomodo"; e non diversamente, se tanto ci dà tanto, avverrà anche negli spettacoli del prossimo mese. Certo, attenendosi a The Epoch Times, giornale di proprietà della Falun Dafa, praticamente il suo più efficace ed influente organo di propaganda, gli spettacoli romani sono stati un successo; ma far fede a queste fonti è, come si suol dire, un po' come chiedere all'oste se il vino è buono. E infatti, i ben 1700 posti dell'Auditorium non sono mai risultati pieni in nessuno spettacolo, con tutto che i biglietti risultassero spesso esauriti e la campagna promozionale fosse stata assai aggressiva, tra pubblicità in rete e manifesti affissi in varie parti dell'Urbe. Il fallimento è stato qualitativo, come indicato dalle recensioni lasciate dagli spettatori, inizialmente allettati con aspettative elevate, che hanno giudicato lo spettacolo, di due ore e venti scene, “complessivamente noioso” e “lontano dalla spettacolare performance culturale attesa”. La ripetitività delle danze e la mancanza di stile e ritmo dell'orchestra sono tra le ragioni di questa scarsa resa artistica, senza dimenticare i messaggi di propaganda politica e proselitismo religioso che, come visto in precedenza, hanno lasciato in più di uno spettatore la spiacevole sensazione di esser stato attratto in teatro con l'inganno, per giunta pagando un biglietto dal costo sostanzioso, dai 70 fino ai 130 euro.

 

Naturalmente, a contrastare le tante recensioni negative apparse soprattutto su TrustPilot, non sono mancate quelle celebrative da parti di figure vicine alla setta o che comunque ne parteggiano le ragioni con un calore fin troppo sospetto. Ne abbiamo già parlato in passato: è sempre la solita e furba tattica di marketing che in ogni caso non persuade nessuno. “Setta danzante orribile”, dichiara un signore, specificando: “Chiamarlo spettacolo è già un complimento, mea culpa, avrei dovuto informarmi prima... Dopo 10 minuti si capisce perché il governo cinese non li faccia esibire in Cina... Sono scappato durante l'intervallo, avrei dovuto farlo dopo 10 minuti ma dovevo far alzare 10 persone sulla mia fila, così ho resistito... Credo sia la cosa più brutta che abbia mai visto in teatro... Dovrebbero bandirli anche in Italia, sono solo una setta acrobatica e nemmeno troppo... Spero che riusciate a risparmiare il prezzo del biglietto (che tra l'altro è un vero furto)”. Così pure un altro che parla di “Propaganda di una setta religiosa”, aggiungendo: “Si salva solo l'abilità dei ballerini e dei musicisti e qualche intuizione di messa in scena. Per il resto uno spettacolo noioso e ripetitivo, basato su scenette infantili e scollegate tra loro, su fondali generati al computer con una grafica anni '90 e animazioni ridicole. Non c'è traccia della raffinata spiritualità della Cina, è una versione made in USA che esprime un pensiero religioso arretrato, grezzo e superficiale. Addirittura abbiamo dovuto subire una canzone contro l'evoluzionismo. Sono perseguitati dal governo cinese? Beh, dopo aver visto questa roba verrebbe da dire che fanno bene”. Mentre un altro ancora, parlando di “Sceneggiata plasticosa”, così sentenzia: “Una sceneggiata plasticosa che nella parodistica trama umilia la grande storia ciinese. Una truffa per chi si è fidato della loro campagna pubblicitaria. Il presentatore asserisce che in Cina non gli fanno rappresentare questo spettacolo, ma secondo me (se sono veramente cinesi) in Cina non li fanno più entrare!!! Noiosi i balletti ripetitivi e storielle mimante che manco all'asilo”. “Costoso e ripetitivo!”, conferma un altro, che più moderatamente esprime: “Il costo elevato dei biglietti non è giustificato da contenuti molto ripetitivi con una decisa nota di propaganda politica. A tratti noioso”. Un altro spettatore, infine, confermando che lo spettacolo sia “assolutamente da evitare”, così conclude: “Spettacolo puerile che non vale assolutamente il costo del biglietto. 87€!!!”.

 

Eppure, a sentire certi VIP della politica di casa nostra, gli spettacoli di Shen Yun sarebbero bellissimi, di un'emozione tale da toccare il cuore. Vien da pensare che i loro giudizi, lungi dall'esser proprio spontanei, si basino semmai su un'utilità politica: viste le loro posizioni nei confronti di Pechino, realtà come la Falun Dafa e Shen Yun risultano assai funzionali alla loro linea politica, notoriamente atlantista ed anticinese. “Dovere politico”? Sia quel che sia, è davvero difficile pensare che sotto sotto costoro abbiano davvero apprezzato quegli spettacoli, non trovandoli invece goffi e malfatti come tanti comuni cittadini hanno invece ammesso. Ma, per “galateo politico”, forse sono costretti a mordersi la lingua. Un dettaglio comunque non colto, o più probabilmente rifiutato dai redattori di The Epoch Times, che nel loro lungo articolo-intervista hanno invece comprensibilmente preferito prenderne per buone le emozionate dichiarazioni. A “Dovere politico”, “Dovere giornalistico”.

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