
La notizia pubblicata ieri da Religion News Service segna l’ennesimo, inquietante capitolo dello scontro tra l’amministrazione Trump e le autorità religiose tradizionali: un vertice al Pentagono in cui alti funzionari militari hanno convocato il Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, il Cardinale Christophe Pierre, per “vestirlo di nero” e pretendere che la Chiesa cattolica si schieri apertamente a favore delle operazioni militari americane contro l'Iran. Secondo quanto riportato da The Free Press (citando fonti vaticane anonime), durante l’incontro di gennaio un funzionario del Pentagono ha addirittura evocato l’Avignone papale, l’epoca buia in cui il Papato era asservito al potere politico francese, per ricordare alla Santa Sede chi comandi davvero quando si tratta di guerra. Washington, se necessario, non esiterebbe quindi a provocare uno scisma, dotandosi di un Papa “sostitutivo” e più ligio alle sue ambizioni geopolitiche.
Il Dipartimento della Difesa (o della Guerra, come recentemente Trump ha inteso ribattezzarlo) ha confermato l’esistenza dell’incontro, ma bollato la ricostruzione come “esagerata e distorta”, definendolo invece “rispettoso e ragionevole”. Peccato però che il contesto parli da solo. Siamo nel pieno della guerra con l’Iran, con cinque settimane di conflitto in cui il presidente Trump e il segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno trasformato ogni briefing e tweet in un sermone messianico. Trump, interrogato se Dio stia dalla parte degli Stati Uniti, ha risposto senza esitazione: “Lo credo, perché Dio è buono”. Hegseth, ex convertito a una corrente evangelica riformata legata al pastore nazionalista cristiano Doug Wilson, ha attribuito la fragile tregua di martedì alla “provvidenza divina” ed invocato in una preghiera al Pentagono “violenza travolgente contro chi non merita misericordia”. E che dire poi di Paula White-Cain, la consigliera spirituale e pastore personale del Presidente, influentissima sull'intera amministrazione, figura anch'essa più delirante che “carismatica”?
Ciò che stiamo vedendo non è semplice retorica da cappella militare, ma vero e proprio settarismo di Stato: una fusione tossica tra fede ed apparato bellico che privilegia una nicchia di evangelici nazionalisti (quelli che definiscono il culto come “guerra spirituale”) e relega al silenzio o all’umiliazione le voci di chi, come Papa Leone XIV, osa ricordare che “Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra”. Il Pontefice ha definito “veramente inaccettabile” la minaccia trumpiana di cancellare l’intera civiltà iraniana, invitato i fedeli americani a contattare i propri rappresentanti per chiedere la pace e trasformato la Pasqua in un monito contro le armi. Risultato? Il Vaticano è talmente allarmato da aver cancellato i piani di una visita papale negli Stati Uniti, mentre anche nel nostro stesso Paese la verve comunicativa del Pontefice viene oggi sempre più “annacquata” dai vari mass media, TV per prime (non succedeva, guarda caso, fino a poche settimane fa).
L’amministrazione risponde con la solita narrazione autoassolutoria: “Abbiamo reso il mondo più sicuro”, “abbiamo il sostegno dei cattolici”, o addirittura “rapporti positivi con la Santa Sede”. Ma i fatti dicono altro. Mentre il delirante predicatore evangelico Franklin Graham paragona Trump alla regina Ester che salva gli ebrei (e quindi gli iraniani “malvagi” vanno eliminati), il reverendo William Barber, predicatore protestante e docente di Pratica della Teologia Pubblica e Politiche Pubbliche, nonché fondatore e direttore del Center for Public Theology e Public Policy presso la Yale Divinity School, sostenuto da una significativa coalizione interreligiosa, denuncia senza mezzi termini: “Non esiste alcuna base scritturale per quello che dicono Hegseth, Graham e Trump. Beati i costruttori di pace, non i guerrafondai messianici”.
Il fenomeno politico a cui stiamo assistendo appare tanto chiaro quanto pericoloso: per questa amministrazione la fede non è un freno morale, ma un carburante ideologico. Trump non si limita ad invocare Dio, ma lo arruola come garante delle sue scelte geopolitiche, trasformando il Pentagono in un pulpito e il Papa in un suddito da richiamare all’ordine. E’ il classico copione del leader carismatico che si crede strumento divino, lo stesso che ha già portato a minacce di distruzione totale seguite da un ipocrita “God Bless the Great People of Iran!” (e persino un “Praise be to Allah” pasquale che ha fatto inorridire la comunità musulmana americana).
Questo messianismo settario non è solo una questione teologica, ma incarna una deriva autoritaria che negli Stati Uniti sempre più erode la laicità dello Stato, strumentalizza la religione per giustificare la guerra ed umilia chi, come la Chiesa Cattolica, ricorda che la pace non è un optional negoziabile con il Pentagono. Un grave ed evidente problema di “libertà religiosa”, che tuttavia non sembra suscitare gli allarmi e le denunce di quei tanti che, soprattutto nel nostro Paese, sono sempre pronti a sollevare tale problema sul conto di altri Stati (purché non siano gli Stati Uniti o Israele, a cui evidentemente sono ben ammanicati).
L’incontro col Cardinale Pierre, lungi dal restare un episodio isolato, appare come la cartina di tornasole di un’amministrazione che vede nella fede un’arma, anziché un vincolo etico. Chi ha seguito per anni la retorica “anti-globalista” di Trump dovrebbe oggi chiedersi se questo sostegno servisse davvero alla difesa della libertà religiosa, e non invece a costruire un culto personale in cui il presidente è l’unto del Signore mentre i dissidenti, persino il Papa, sono solo semplici ostacoli da rimettere in riga.