
Come già visto con gli influencer bannati in Cina, anche nel processo all'omicida di Shinzo Abe in Giappone sono balzate all'occhio le attenzioni di un vasto mondo nostrano, diffuso tra giornalismo religioso, cultura accademica, attivismo umanitario e lobbismo politico, che spesso indichiamo con la sbrigativa e riassuntiva categoria di “pro-sette”. Se nel primo caso il fine a cui neanche troppo implicitamente i pro-sette hanno mirato è stato di continuare ad alimentare un'immagine negativa di Pechino presso il pubblico occidentale, facendo perno sui sentimenti sinofobi di certi suoi settori, nel secondo invece è stato di ricercare ogni elemento che potesse tornar utile a promuovere la causa del vero imputato di quel processo: non tanto l'assassino di Shinzo Abe, Tetsuya Yamagami, ma la Chiesa dell'Unificazione di cui sua madre era parte. Yamagami, ex militare della Marina, riteneva l'ex premier giapponese quantomeno indirettamente responsabile dei suoi drammi familiari: ai suoi occhi l'omicidio, scelta efferata ed indifendibile, appariva una “vendetta” contro un politico che con la Chiesa dell'Unificazione aveva infatti significativamente collaborato. Insomma, come avvenuto anche con altri processi in cui una setta s'è vista direttamente o indirettamente chiamata in causa, anche stavolta l'attenzione dei “pro-sette” non è mancata, e senza dubbio continuerà per tutto il suo svolgimento conoscendo ulteriori clamori anche successivamente.
La scorsa settimana la madre dell'imputato, chiamata dalla difesa a testimoniare al processo, s'è scusata “dal profondo del cuore” per quanto fatto dal figlio, confermando di far tuttora parte della setta fondata nel 1954 dal Reverendo Moon. Secondo la difesa, la famiglia avrebbe subito una profonda “sofferenza religiosa” per l'appartenenza alla setta, con le ingenti donazioni versate dalla madre alla setta, circa un milione di euro in sette anni, con Yamagami spinto alla follia da una condizione economica sempre più allarmante. Pur di continuare a pagare le offerte, infatti, anche la casa di famiglia era stata messa in vendita ed ormai sempre più certa sembrava prospettarsi una vita da senzatetto, nella miseria più nera. Ai giudici, certamente sbigottiti, la donna ha motivato tutte quelle donazioni con la maggior purezza che avrebbero donato al suo cuore. Offrendo tale quadro alla giuria, la difesa punta a chiedere delle attenuanti per l'imputato, così da non limitare il processo al solo giudizio di un omicidio ma pure alla valutazione di quanto nel profondo possano incidervi i "danni religiosi" causati dall'appartenenza a sette dall'operato non proprio cristallino.
Che la Chiesa dell'Unificazione sia ormai da tempo al centro delle polemiche, non soltanto in Giappone dove ormai la sua procedura di scioglimento è stata avviata, è cosa piuttosto risaputa. L'omicidio di Shinzo Abe le ha subito attirato addosso i riflettori, esponendo una scomoda e pluridecennale storia di profondi legami con l'élite politica giapponese, non soltanto del Partito Liberal Democratico (NDP). In generale, apparirebbe oggi piuttosto difficile trovare un giudice che in Giappone sia disposto a prendere in considerazione le “ragioni” della setta, e pure nella natia Corea del Sud le cose non vanno molto meglio, con la sua leader nel frattempo arrestata dalle autorità. Con condotte manipolatorie, nel tempo la Chiesa dell'Unificazione aveva raccolto miliardi in ogni paese in cui era presente, a partire proprio dal Giappone dove s'era di fatto resa responsabile della più massiccia fuga di capitali che la storia di Tokyo abbia mai conosciuto. Il solo denaro sparito dal Giappone, frutto di donazioni degli adepti e di perenni irregolarità fiscali, per entità supererebbe il PIL di varie nazioni in via di sviluppo. Qualcuno sostiene che la setta sia ora in bancarotta, a cominciare dalla “Casa madre” sudcoreana, ma forse è un parere piuttosto azzardato: semmai tutti quei fondi, evacuati dai conti e dai canali ufficiali, sono trasmigrati verso altre destinazioni, conti offshore in qualche paradiso fiscale, e intorno al loro possesso tra i vertici della setta in corso d'implosione l'aria che tira è da guerra all'arma bianca.
Proprio per questo appare piuttosto singolare il comportamento dei nostri pro-sette: perché mai difendere le ragioni di un'entità tanto indifendibile quanto la Chiesa dell'Unificazione? Secondo molti di costoro, il processo all'assassinio di Shinzo Abe si sarebbe trasformato in un “teatro anti-culto”, basato sul voler far passare delle donazioni elevate ad un movimento religioso a crimini religiosi in cui non si distingue tra responsabilità individuale, libertà di culto e diritto a donare come libera seppur pesante scelta. La madre dell'imputato ha parlato di parziali e rateali rimborsi poi ricevuti dalla Chiesa dell'Unificazione, elemento che secondo i pro-sette smentirebbe l'idea di un “sacrificio totale e cieco”, ma che potrebbe anche connotarsi in un tentativo della setta d'inquinare le prove costruendosi un alibi a posteriori. Più in generale poi, la difesa di un'entità settaria di cui sono state nel frattempo riconosciute le pesanti responsabilità in nome di una più generica “libertà religiosa”, appare un gioco che non vale la candela: il rischio è di mettere infatti tutto nello stesso calderone. Anche un'altra setta giapponese, Aum Shinrikyo, avrebbe avuto allora tutto il diritto d'esistere: peccato solo che sia la stessa setta che nel 1995 compì gli attacchi al gas sarin nella metropolitana di Tokyo. In nome di una totale e generale libertà religiosa, tutti avrebbero diritto a far ciò che vogliono senza mai pagare per i loro errori, fossero anche gravi: un principio giuridicamente improponibile.
Ancora, i toni scandalizzati dei vari pro-sette alla vista del ruolo centrale guadagnato in questo processo da attivisti ed associazioni dediti alla lotta ai culti settari, esprime pure il loro disagio nel non poter influire su un processo come invece avvenuto con altri, tenutisi nel Vecchio Continente. Si può pure capire: dopo un fatto tanto grave quanto l'assassinio di un ex primo ministro, chi mai ne accetterebbe la presenza in aula di tribunale? Peraltro, in Giappone l'opinione pubblica non contesta solo la setta e i suoi appartenenti, ma pure i suoi legali. I pro-sette temono che con la condanna e lo scioglimento della Chiesa dell'Unificazione si certifichi anche in Giappone un precedente che potrebbe venir poi ripetuto anche in futuro con altri movimenti, oltre che ispirare pure altri paesi a far valutazioni in tal senso. Ma è un percorso inevitabile ogniqualvolta ci si trovi dinanzi a gravi reati, siano essi operati da chicchessia, anche da una realtà non settaria o non religiosa. Impedire che ciò possa avvenire sempre e comunque, in nome della “libertà religiosa”, è al contrario assai pericoloso perché, se ipoteticamente affermato, consentirebbe a molti che abbiano “mangiato la foglia” di guadagnarsi un'inviolabilità giudiziaria nascondendo sotto l'attività religiosa ben altre attività che di religioso in realtà poco o nulla in realtà hanno.