
Le ultime dichiarazioni del vicepresidente USA, JD Vance, convertitosi al cattolicesimo nel 2019, hanno ridato vigore al mai realmente sopito dibattito su potere, fede ed escatologia. In un podcast con un giovane evangelico, Bryce Crawford, ha infatti rivelato d'esser da sempre affasciato dalle profezie sulla “fine dei tempi”, tanto da non escludere che l'Anticristo già cammini tra di noi e, soprattutto, di volersi concentrare sul “far quanto più possibile l'opera di Dio stesso” (che evidentemente, per quanto infallibile ed onnipotente secondo il credo non soltanto cristiano, è tuttavia incapace di far il suo lavoro senza un Vance che gli faccia da braccio destro o, chissà, persino da tutor). Se ciò condurrà alla fine dei tempi, “bene”; altrimenti, se porterà a costruire un mondo migliori e che prosperi a lungo dopo di lui, anche ciò sarà “grande”. Ha poi soggiunto che la fine dei tempi giungerà comunque: se sarà tra pochi mesi o migliaia di anni, non è dato saperlo.
Anche se tali parole non suonano proprio come un esplicito proclama di voler attivamente “dar fuoco al mondo”, destano comunque qualche inquietudine, anche perché pur sempre proferite da una delle principali cariche di una superpotenza assai influente sul pianeta come gli USA. Non a caso, appaiono come un'espressione d'escatologia cristiana generica e pure piuttosto anacronistica (la fine del mondo arriverà, dunque è bene fare il proprio dovere ora) abbinata ad una visione piuttosto fideistica di sostegno politico e culturale ad Israele. Dopotutto, per quanto a molti piaccia immaginarsi un Vance “diverso” dal suo Presidente, questi in realtà ha ripetutamente legato il suo pro-israelismo alla continuità storica tra giudaismo e cristianesimo, al fatto che Gesù nacque, morì e risorse in quella terra, e agli interessi strategici americani nei campi dell'intelligence, della tecnologia e delle alleanze regionali. E' pur sempre, nel suo strettissimo fideismo, un uomo legato alla cosiddetta Paypal mafia, come negli USA (e non solo) si suol chiamare quel mondo che gira intorno a Peter Thiel, a Palantir, ad Elon Musk e a tutti i loro famigli. Di là dal visitare la Chiesa del Santo Sepolcro, ha spesso difeso l'alleanza con Israele come un esplicito interesse americano e, pur riconoscendo talvolta interessi divergenti tra Washington e Tel Aviv, ha in ogni caso respinto opposizioni al sionismo bollandole come antisemitismo.
Qua entra in gioco una nostra vecchia conoscenza, il “sionismo cristiano”, la convinzione teologica che il moderno Stato di Israele adempia alle promesse bibliche ad Abramo e prepari il ritorno di Cristo, legandosi perciò a scenari di Armageddon, Rapture e millenarismo. E' un filone che nel protestantesimo ha trovato grande diffusione nella società americana sin dal XIX Secolo, ad esempio col dispensazionalismo di John Nelson Darby ed una pletora di realtà come la Scofield Reference Bible, gli evangelici, i pentecostali, o ancora i Christians United for Israel. Per molti di loro, sostenere Israele è un obiettivo divino, legato a profezie vissute come veri e propri dogmi, che si sposa ad un gradito mito americano come quello della Muscolar Christianity (un cristianesimo militarista ed espansionista, beneficiato dal destino divino). Il mondo cattolico americano, più di altri, soprattutto nei suoi rami più conservatori ne è fortemente “impregnato”, tanto da aver talvolta suscitato preoccupazioni anche Oltretevere. In fondo, la Chiesa Cattolica non sposa certo quelle visioni teologiche, mentre il Vaticano, pur riconoscendo lo Stato di Israele come realtà politica legittima dal 1993 e il diritto naturale del popolo ebraico a possedere una propria terra, non ne abbraccia comunque le politiche espansioniste e militari a danno di palestinesi, libanesi e siriani; e men che meno altre guerre d'aggressione, come l'ultima all'Iran. L'identificazione teologica dell'odierno Stato di Israele con quello biblico, e la sua interpretazione come adempimento delle promesse abramitiche è da sempre ricusata dalla Chiesa, per la quale il compimento è in Cristo e nella Chiesa stessa. Ancora Papa Benedetto XVI dichiarò che uno Stato come realizzazione delle promesse divine era “impensabile all'interno della storia, secondo la fede cristiana”.
Ciò non toglie che esistano tentativi d'elaborare un “sionismo cattolico”, magari più sfumato, ma comunque sempre avvertibile: alcuni teologi vedono nell'esistenza di Israele un segno della fedeltà di Dio alle promesse irrevocabili al popolo ebraico, senza tuttavia adottare certi scenari apocalittici più consueti al mondo protestante. Figurano a tal proposito gruppi come i Catolics for Israel; ma anche tra cattolici tradizionalisti, noti negli USA come trad Cath), e cattolici radicali, le posizioni possono talvolta variare. Molti condividono ad esempio un forte sostegno geopolitico ad Israele, vedendolo come un baluardo occidentale e cristiano contro l'islamismo e addirittura il globalismo; mentre altri, nel cattolicesimo radicale-tradizionalista, conservano certi tratti antigiudaici preconciliari, guardando con ostilità al sionismo teologico. Ma in ogni caso i cattolici ultraconservatori non sono un fenomeno unicamente americano: in Europa, ad esempio, s'intrecciano con nazionalismi e sovranismi, dal revival del cattolicesimo tradizionalista in Polonia al sovranista Orban in Ungheria, dove un cattolicesimo di stretta osservanza, ben gradito al Clero locale, s'è abbinato ad una politica strenuamente filo-israeliana. In Italia, il governo Meloni ha espresso un filo-israelismo pragmatico e culturale, pur scontrandosi con l'ampia varietà delle destre italiane, mentre in Francia e in Spagna partiti della destra radicale come Rassemblement National e Vox si distinguono a loro volta per il marcato sostegno ad Israele, spesso in chiave anti-islamista e di “difesa della civiltà cristiana”. In generale, ogni paese europeo è ben rappresentato in questo nuovo e al tempo stesso vecchio "fenomeno culturale”.
La difesa della famiglia tradizionale, l'opposizione all’aborto e all’ideologia gender, la critica al liberalismo secolare e al multilateralismo, la visione della civiltà occidentale come radicata nel cristianesimo, per tutte queste realtà costituiscono dei temi prioritari. Israele appare pertanto come un alleato naturale: uno Stato etno-nazionale che difende frontiere ed identità in un contesto ostile. Non è, di regola, il dispensazionalismo evangelico a guidarli, ma una convergenza geopolitica e culturale. I legami di questi gruppi cattolici con altri di evangelici, carismatici e a tratti settari (New Apostolic Reformation, gruppi di spiritual warfare, circuiti pro-Israele estremi) sono documentati sul piano politico e organizzativo, soprattutto negli Stati Uniti. Nella coalizione MAGA, cattolici post-liberali/integralisti (influenzati da figure come Patrick Deneen o ambienti legati all'Opus Dei) collaborano con evangelici e carismatici su temi di “guerra culturale”, pro-life e di sostegno ad Israele. Vance stesso dialoga con podcaster evangelici e condivide spazi con figure che promuovono visioni apocalittiche anche più spinte; del resto, è l'ecosistema culturale in cui è nato e s'è formato. Leah Payne, nel suo articolo, ben esprime questo a noi curioso mondo politico-culturale. In Europa, i circuiti sovranisti mescolano invece cattolici tradizionali, protestanti conservatori e, a volte, gruppi più marginali.
Non è difficile immaginare, e specialisti del settarismo ed osservatori infatti lo notano, che queste alleanze possano veicolare elementi di teologia protestante (dispensazionalismo, profezia letterale) in ambienti cattolici poco equipaggiati teologicamente, o magari creare nuovi ibridi settari. Le combinazioni, in questo senso, possono essere delle più variabili: se alcuni tradizionalisti cattolici accusano il sionismo cristiano d'essere un'eresia protestante, altri evangelici a volte esprimono accese residuali anti-cattoliche. I radical traditionalists cattolici, del resto, sono stati talvolta monitorati per alcune tendenze antisemite che li hanno posti in contrasto sia col resto del mondo cattolico che col pro-israelismo della destra contemporanea. E' un mondo di micro-realtà tanto variegate e sfumate da renderne difficile una completa classificazione: spesso e volentieri, le posizioni possono essere estremamente personali, segno di un sempre più montante individualismo che connota queste aree del “dissenso religioso”. Tuttavia, se guardiamo alle sue dimensioni geopolitiche, l'impatto appare concreto: negli USA, l'influenza di queste reti rafforza le politiche di sostegno incondizionato o quasi ad Israele (lo spostamento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, le pressioni e la guerra in salsa escatologica all'Iran, l'ostilità ad accordi percepiti come debolezza e schiaffo alla Muscolar Christianity), anche quando entrano in diretta collisione con gli ideali di America First più puri. In Europa, il filo-israelismo della destra sovranista, ben rappresentata in ogni paese, contribuisce a bloccare o diluire sanzioni e critiche più aspre ad Israele; mentre il Vaticano, per mantenere l'unità dei cattolici, opta per una linea politica e diplomatica “mediana”, d'equilibrio e preoccupazione per le comunità cristiane in Terra Santa limando le polemiche, che pur ci sono, col governo di Tel Aviv.
In conclusione, anche se le parole di Vance non portano (non ancora, perlomeno) ad un diretto rischio geopolitico di un “piano per dar fuoco al mondo” per mano dei cattolici e con benevolenza divina (!!!), esprimono però una grave sacralizzazione delle scelte compiute in politica estera. Quando il sostegno ad un alleato viene interpretato secondo un linguaggio escatologico (nientemeno, un'“opera di Dio”!), a perdere spazio è la capacità di compiere calcoli realistici su costi, proporzionalità e conseguenze delle proprie azioni (tra guerre regionali, radicalizzazione e crisi umanitarie). Vance insiste sul fare il proprio dovere ora accettandone l’esito, mentre molti evangelici spingono più esplicitamente verso scenari ancor più apocalittici. Se tra cattolici ultraconservatori prevale spesso un certo “realismo” culturale per quanto fortemente anti-islamista, i confini talvolta si sfumano nelle alleanze politiche, e il caso americano ce lo ricorda in tutti i suoi contorni più inquietanti. E' una convergenza geopolitica e culturale tra ultraconservatori cattolici americani ed europei da una parte e mondi evangelici e settari dall'altra intorno ad Israele come partner strategico e simbolo di “resistenza identitaria” che non sfugge, piaccia o meno, alla classificazione di “fondamentalismo”.